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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 La nostra civiltà, e non solo la nostra, riconoscono all’elemosina un significato fondamentale, per i cristiani esercitare la carità verso il prossimo è un bisogno dello spirito ed un mezzo per raggiungere la salvezza e la vita eterna, per i laici un tentativo di redistribuzione della ricchezza ed una parziale risposta della società al problema della povertà. Tutte le religioni impongono ai propri seguaci l’obbligo di venire incontro ai bisogni dei meno fortunati, la Carità dei cristiani poco differisce dallo Zakat dei mussulmani, uno dei pilastri della fede islamica. Il comunismo si è illuso di poter risolvere le disuguaglianze economiche tra gli uomini, ma il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti e fino a quando esisterà la povertà è dovere di ogni uomo di buona volontà cercare di porvi rimedio. Naturalmente vi è una differenza abissale tra chiedere l’elemosina o cercare di estorcere denaro con protervia ed arroganza, come è il caso dei parcheggiatori abusivi o dei lavavetri. E questa distinzione, chiara ed inequivocabile, va sottolineata con forza, per togliere fiato ed argomentazione ai soliti bastion contrari, sorti come funghi e dediti a proclamare sempre e soltanto il contrario di tutto. Il velleitario tentativo di sindaci coraggiosi di stroncare un racket vergognoso va plaudito e compito dei cittadini è quello di collaborare, facendo confluire il proprio aiuto verso istituti assistenziali specializzati ed affidabili. Prima che l’Italia divenga la terra promessa dei diseredati di tutto il mondo ed una marea incontenibile ci travolga. (Achille della Ragione)
 La chiesa di S. Teresa degli Scalzi con la sua mole maestosa è uno dei tanti monumenti colpevolmente negati da decenni alla fruizione dei napoletani e dei forestieri. Edificata nel Seicento possedeva un monastero tra i più estesi e ricchi di opere d’arte della città che, passato allo Stato, si trasformò nel 1892 in un istituto per ciechi. Un luogo di fede e di preghiera divenuto esempio di solidarietà e fratellanza fra gli uomini. Nei primi decenni offriva unicamente un ricovero ai non vedenti, ma il caso stava per diventare l’artefice di un profondo cambiamento, quando il 24 maggio del 1913 bussò perentoriamente alla porta della famiglia Colosimo e strappò via, nel fiore della gioventù, il giovane avvocato Paolo. Il dolore dei genitori fu straziante, ma dalla sofferenza più atroce nacque il nobile proposito di aiutare i più sfortunati tra gli uomini: i non vedenti nel difficile cammino della loro esistenza. Tommasina Grandinetti in Colosimo, profuse tutte le sue ricchezze e le sue energie nell’accettare la presidenza dell’Istituto, il quale cominciò ad ospitare i soldati che, nel furore spietato della seconda guerra mondiale, avevano perso la vista. Essi furono istruiti a svolgere attività lavorative compatibili con la loro grave mutilazione, continuando a sentirsi utili ed impararono l’uso dei telai e del tornio. Grazie al sistema Braille leggevano ed eseguivano disegni. Negli anni Venti ha lavorato nell’Istituto un personaggio leggendario: Eugenio Malossi, che oltre alla cecità era muto e sordo, una sventura che avrebbe distrutto chiunque, ma che invece non impedì al nostro eroe di diventare maestro di altri compagni di sventura e di creare una tecnica, adoperata in tutto il mondo, per comunicare per i soggetti portatori di handicap sensoriali multipli. La odierna benemerita Lega del filo d’oro prende spunto dalla sua attività, che ebbe all’epoca grande eco sulla stampa ed avrebbe sicuramente meritato il premio Nobel per la pace. Dal 1941 il Colosimo è divenuto un istituto professionale con corsi per falegname, tessitore, centralinista e massoterapeuta. Gli insegnanti e gli istruttori sono quasi tutti non vedenti a dimostrazione che con gli occhi della mente e con una ferrea volontà si può superare qualsiasi menomazione. La visita al vecchio monastero organizzata dagli Amici delle chiese napoletane è stata una delle più interessanti tra le oltre duecento organizzate nei quattro anni di attività dell’associazione. Essa è avvenuta grazie alla cortese disponibilità della dottoressa Zullo e del dottor Salzano. Nell’elegante anticamera dove le monache incontravano, in rare occasioni, i parenti ci riceve un solerte funzionario della regione Costantino Asprinio, che ci guiderà lungo un affascinante percorso a ritroso del tempo. Nell’ingresso troneggiano solenni i busti dei fondatori ed alcune lapidi che rammentano la nascita dell’Istituto. Dopo pochi passi si entra in un piccolo chiostro con al centro un vecchio pozzo, dal quale le monachelle attingevano l’acqua di cui abbisognavano. I locali attualmente occupati dagli uffici dell’amministrazione sono adornati da stalli lignei di eccezionale bellezza, alcuni dei quali gareggiano alla pari con quelli solenni delle sale capitolari dei più celebri monasteri cittadini. Alle pareti e sui soffitti splendide tele settecentesche accuratamente restaurate. Al fianco di due possenti colonne a tortiglione due dipinti firmati di Sebastiano Conca degni di Capodimonte. L’antica sala delle vendite, dove periodicamente avveniva l’autofinanziamento dell’Istituto attraverso l’aggiudicazione di tessuti e lavori in vimini eseguiti dagli allievi, è contornata da una serie di armadi, che conservano a futura memoria i lavori migliori. Proseguendo la visita si percorrono lunghissimi corridoi sui quali si affacciano le aule ed i laboratori. Si visita prima una cappella dove si celebra messa davanti ad un altare ligneo di preziosa fattura e ad una piccola pala di scuola solimenesca; quindi si accede ad un teatrino perfettamente conservato, con tanto di foyer, platea e loggione per circa duecento posti, con un sipario contornato da agili girali in legno dorato. Ai piani superiori, dopo uno sguardo al vecchio malfermo campanile ed ai numerosi orti, si entra nelle grandi sale dove si conservano gli speciali telai, dotati di campanelli, che venivano adoperati dagli allievi per eseguire i loro raffinati lavori di tessitura. Un lungo corridoio è tappezzato da antiche foto che mostrano i soldati della prima guerra mondiale, ancora nelle loro divise, impegnati in lavori di tornio e di tessitura. Alcune immagini riprendono Eugenio Malossi mentre lavora ed insegna e sulla parete laterale una lunga serie di diplomi reali e benemerenze varie ottenute grazie alla sua opera meritoria. La visita si conclude tra i giardini e gli enormi spazi esterni prospicienti l’edificio del museo archeologico. In uno di questi orti si trovava un antico sepolcreto dove riposavano le religiose dopo il loro percorso terreno di privazioni e preghiere. L’emozione per gli incontri con gli ospiti della struttura, ai quali negli ultimi anni si sono affiancati anche studenti ipovedenti e la scoperta di una superficie così ampia salvatasi dalla furia edilizia invita a tristi e gravi pensieri ed a considerare la nostra fortuna di non essere costretti a vedere attraverso gli occhi dell’anima. (Achille della Ragione) Fotografie di Maddalena Iodice
L’opera è una carrellata attraverso i secoli alla ricerca delle rappresentazioni che pittori e scultori di ogni tempo e di ogni luogo hanno dato del seno: il pianeta misterioso. Un percorso che merita di essere attraversato in lungo e in largo per un sottile piacere dello spirito. Si parte dalla Venere di Willendorf, risalente al paleolitico, per giungere alle fantasiose raffigurazioni degli artisti contemporanei. Sono rappresentati tutti i grandi e tutte le correnti figurative più famose, ma tanti sono i minori, che hanno saputo cogliere del seno aspetti singolari ed affascinanti nelle sue infinite sfaccettature: scoperto o maliziosamente velato, innocente o peccaminoso, pubblico e privato, disponibile e proibito, senza tener conto delle forme e dei gusti anatomici, che nel tempo hanno subito sostanziali variazioni. Un avventuroso viaggio di 168 pagine, corredate da oltre 200 foto a colori, nel quale l’autore ci accompagna, facendoci partecipe delle sue conoscenze e dell’infinito amore verso il più dolce degli attributi femminili.
2006 23x21 168 pagine 203 immagini a colori ISBN 978-88-8497-004-6 € 30,00
Per vicende spesso connesse ad eventi criminali, gli ultimi mesi hanno visto riesplodere il dibattito su Napoli come dimostra il fenomeno Gomorra di Roberto Saviano. Tuttavia, accanto a questa Napoli infelix, esiste ancora una Napoli felix che vuole essere presente sulle prime pagine, ma per motivi assolutamente diversi.
In questa direzione si muove La città verticale di Mario Prisco, un testo che si sofferma sulla rappresentazione della città data dagli scrittori a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Poco meno di un secolo e mezzo di storia letteraria ispezionati dall’autore con minuziosa attenzione senza perdere mai di vista l’obiettivo del suo studio che mira a racchiudere l’immagine registrata non solo dagli scrittori napoletani, ma anche da quelli provenienti da altre realtà italiane e straniere.
La tesi, immediatamente esposta nell’introduzione, parte dalla considerazione che “Napoli non è mai osservata da un’angolazione onnicomprensiva”, giacché “lo sguardo raramente supera la visione parziale. Così essa è da sempre vista o dall’alto o dal basso, quasi come se l’unica delle visioni possibili fosse quella verticale.” (p. 9)
Secondo Prisco la verticalità è riscontrabile oltre che negli scritti degli autori, anche nella stessa morfologia della città che storicamente ha visto in molti quartieri la compresenza di classi sociali assolutamente distanti tra loro e misteriosamente capaci di coesistere in una piena tolleranza. Allo stesso modo, l’esistenza di una enorme città sotterranea, contrapposta a quella che si erge in superficie, dà al concetto di verticalità una consacrazione quasi naturale, come se fosse impossibile prescindere da essa per la piena comprensione dell’anima profonda della città.
Ad ogni modo, la centralità del concetto di verticalità nel libro è sostenuta, come abbiamo appena accennato, dalla posizione in cui si collocano gli scrittori. Una parte numerosa di essi, infatti, ha rivolto la propria attenzione alla plebe cittadina, tanto derelitta, quanto dissennatamente caratteristica di una condizione esistenziale raramente riscontrabile in altre realtà occidentali. Un mondo retto da regole e codici spesso sconosciuti a coloro che ne sono culturalmente lontani, ma che da sempre hanno attirato l’immaginario e la curiosità non solo di una fascia degli stessi napoletani, ma principalmente di coloro che la osservano da fuori.
Come l’autore dimostra in questo libro, le motivazioni alla base di tale interesse sono talvolta diverse: se da una parte esse sono dettate da un desiderio di conoscenza e quindi da una volontà di denuncia e di intervento successivi, come nei tanti autori che hanno scritto su Napoli tra la fine dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento; dall’altra, molti scrittori hanno costruito sull’immagine colorita e insolita che scaturiva dall’osservazione dei fondaci e del modo di vivere di questa folta massa di individui che li occupavano, una oleografia folclorica sulla quale è nato e si è sviluppato lo stereotipo della città. Uno stereotipo che ha quasi annullato la sua antica tradizione culturale, dando inevitabilmente il destro ad affrettate considerazioni socio-politiche quasi sempre riduttive e talvolta addirittura sprezzanti. L’immagine di una Napoli tutta “sole, pizza e mandolino” ha accompagnato per decenni la cartolina della città. E in nome di essa si è lasciato che si portasse avanti il sacco ambientale compiuto da una borghesia rozza e troppo spesso incapace di rispondere al suo compito storico.
Il libro di Prisco riteniamo che vada nella direzione inversa. Pur partendo da un profondo amore per la città, l’autore evita di ricorrere sia a un atteggiamento di auto-denigrazione, sia ad uno, altrettanto negativo, di auto-glorificazione. Ne scaturisce un’indagine storico-letteraria credibile, che consente al lettore di entrare in contatto in modo agevole con i tanti scrittori che si sono soffermati sulla città senza perdere di vista quanto è accaduto negli ultimi anni. Infatti, il settimo capitolo, dedicato all’ultimo ventennio, è la sezione che occupa il maggior numero di pagine a dimostrazione della volontà di interpretare la difficile situazione della città, nella ferma convinzione che la cultura napoletana ha ancora molte possibilità di recuperare l’immagine positiva della città.
Ricordiamo ai colleghi che il libro è al momento in vendita a Napoli, presso la Libreria “Internazionale” di Via Scarlatti e nelle librerie "Dante & Descartes" di Via Mezzocannone e di Via Port’Alba.
Mario Prisco La città verticale Oèdipus, Salerno 2006 Pagine 400 Euro 16,00
Palazzo Zabarella di Padova, luogo ricco di storia e recentemente anche di incontri culturali, è sede in questi giorni e fino al 27 maggio di un evento importante: Giorgio de Chirico in mostra con cento opere di vari periodi, illustranti i multiformi volti dell’artista vissuto novanta anni.
Si offre l'opportunità al pubblico, già intenditore ed estimatore del sommo pittore italiano (fig. 0) del Novecento, di avvicinarsi ancora una volta al suo mistero, nel tentativo di carpirne il segreto.
Non c'è opera più autobiografica e allo stesso tempo più enigmatica di quella di de Chirico. Nel suo dire e non dire egli dice la sua storia, il suo vissuto. I segni che forse riempivano i suoi sogni notturni, presenti quindi nel suo inconscio, assurgono a simboli di quell'io narrante presente nei suoi quadri. Pittore filosofo, letterato, giornalista, scrittore e fin anche scenografo di pièce teatrali (La Giara di Pirandello, La figlia di Iorio di D’Annunzio) è il descrittore di un universo semplice, come per esempio i biscotti di Ferrara, e complesso, perché i legami tra gli oggetti rappresentati sfuggono alla legge di causa ed effetto.
Nasce a Volos in Grecia, dove trascorre l'infanzia e l'adolescenza. Della Tessaglia conserverà il ricordo dei bellissimi cavalli, come del padre ingegnere ferroviario ricorderà il treno in alcuni suoi quadri. Tutto il mondo classico con la sua mitologia condizionerà la sua ispirazione. La stazione, la vela di una nave o la sua tolda, i mobili accatastati, sono una denuncia amara del suo continuo errare nella vita. Amava la figura di Don Chisciotte. In mostra c’è una tela dal titolo Ritorno al castello (fig. 1), in cui il contrasto del cavaliere nero è sorprendentemente avvincente.
Si sentiva apolide per i continui spostamenti. Dopo la morte del padre, grazie alla madre vedrà l’approdo alla mitica Italia, la vagheggiata patria dei suoi genitori. I due fratelli Giorgio e Andrea, che adotterà in seguito il nome di Alberto Savinio, già monchi di una sorellina deceduta in tenera età, cammineranno sempre lungo binari paralleli e contrapposti, come le due facce d una stessa anima, Castore e Polluce, fino alla morte di quest’ultimo per infarto, lo stesso anno in cui de Chirico sposa ad Assisi Isabella Far.
Siamo nel 1952 il nostro è già anziano, ma più che mai dotato di uno spirito vivido e lucido ed una tenacia creativa, che lo condurranno a superare i terribili lutti familiari. La mamma, che tanta parte aveva avuto nell’avventura artistica di tutti e due i figli, era già scomparsa quindici anni prima della fine di colui considerato da sempre il suo alter ego.
Ormai famoso in Europa e negli Stati Uniti, dopo aver finalmente superato la triste questione dei falsi de Chirico, il maestro affronta un nuovo periodo creativo quello della Neometafisica, in cui riprende il tema della giovinezza e lo ripercorre alla luce del suo attuale sentire. Non è più l’inquietudine dei verdi anni a fargli muovere le mani sulla tela, non c’è più l’interrogazione profonda sulla realtà che ci circonda, bensì nostalgia e forse ironia. I classici manichini dalla testa a forma d’uovo, presenti in tante opere degli anni Venti e Trenta, vedi per esempio Ettore e Andromaca (fig. 2) o la statua di marmo bianco nel Figliuol prodigo, non sono più presenze angoscianti, così come le piazze deserte in cui la vita è disumanizzata con piccole figurine che vivono delle loro ombre, proiettate oltre misura in grossi spazi vuoti, come si può evincere nella Melanconia (fig. 3).
De Chirico fu fortemente influenzato durante il suo soggiorno a Monaco dalla pittura di Arnold Bocklin e dalla filosofia di Nietzsche. In alcuni dei suoi numerosi autoritratti si rappresenta come Friedrich nella sua caratteristica posa. Ancora nicciana è l’ora solare, quella del crepuscolo, che sceglie di descrivere nell’ Enigma dell’arrivo e del pomeriggio (fig. 4), un quadro straordinario che annulla il tempo e colloca la visione nel fluire eterno senza passato né futuro.
Quella era la pittura metafisica, cioè al di là della realtà, che indaga sulla vita misterica delle cose. E’ la pittura mentale di Marcel Duchamps, entrambi studiavano il rapporto tra parola e immagine. L’oggetto viene staccato dal suo contesto quotidiano e viene inserito in un luogo col quale non ha nessun rapporto e per questo è investito di sacralità magica. Che cosa c’entra il casco di banane o il guanto di caucciù nel famoso quadro che ispirò a Magritte il titolo: Le chant d’amour ? (fig. 5)
Fiumi d’inchiostro si sono versati sulla figura di uno dei più importanti pittori del Novecento non solo italiano, ma europeo. Picasso lo chiamava: “Le peintre des gares” e poiché erano gli artisti più importanti del momento, Londra nel ’37 dedicò loro una esposizione esclusiva.
L’incontro con i Surrealisti, intellettuali intransigenti, all’inizio fu buono; i seguaci di André Breton quasi lo osannarono per Il ritratto di Apollinaire, non presente in mostra e poi gli stessi incominciarono a prendere le distanze, perché negli anni ’30 e ’40 la sua opera fu molto criticata.
Ma la Francia non dimentica i “Grandi” e nel 1974 Giorgio de Chirico diventa accademico di Francia. Trascorre gli ultimi trenta anni con la moglie nella sua casa romana di piazza di Spagna, divenuta oggi casa museo, grazie alla fondazione creata dalla sua compagna di vita. Tra i quadri della sua collezione privata ce n’era uno in particolare al quale il Nostro teneva tanto: La caduta, rappresentante la passione di Cristo.
Intorno a questa opera si organizzò nel 2005 a Napoli una mostra interessante per la presenza di alcuni lavori, a testimonianza della sua produzione religiosa.
La Caduta, il cui sottotitolo è La salita al Calvario, fu scelta dalla vedova Isabella Far come opera più importante da collocare nella sua cappella della chiesa San Francesco in Ripa a Trastevere. Gli altri quadri che fanno da pendant al principale sono un autoritratto ed il ritratto di Isa.
Pictor Optimus è scritto sulla lapide che ne custodisce le spoglie e così vogliamo ricordarlo.
Galleria fotografica
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Notizie storiche sul borgo di Chiaia
Il vico Santa Maria a Cappella Vecchia, nei pressi di piazza dei Martiri, ci porta nel luogo dove, all’interno di una cavità naturale ai piedi della collina di Pizzofalcone, intorno al V secolo d. C. sorse una cappella dedicata alla Vergine, al posto, secondo un’antica tradizione, di un tempio dedicato a Serapide ed ancor prima dell’antro di Mitra. In seguito questa cappella fu trasformata nell’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, che divenne monastero di Basiliani dal 1134 fino al XV secolo, poi di Benedettini ed in seguito di Olivetani. Purtroppo l’ex chiesa è attualmente adibita a palestra, ma al suo interno sono ancora riconoscibili le strutture gotiche e le decorazioni barocche lungo la navata e nell’abside. Ma è solo in epoca angioina, verso la metà del ‘300, che la zona di Chiaia iniziò pian piano ad essere urbanizzata con l’edificazione di vari casini da diporto. Nel tratto centrale della spiaggia fu costruita la chiesa dell’Ascensione ed in quest’area sorgeva il nucleo più densamente abitato. Nell’antistante specchio d’acqua vi era l’isolotto di San Leonardo con l’omonimo convento, che fu distrutto in seguito all’ampliamento a mare del Real Passeggio. Verso la fine del ‘400 fu edificata la villa di Alfonso II d’Aragona, i cui resti sono oggi inglobati nell’ottocentesco palazzo Torella con facciata e portale marmoreo sul largo Ferrandina. Nel 1537 sotto il viceregno di don Pedro de Toledo si dette inizio alla ricostruzione ed ampliamento della murazione della città, che si spinse fin verso il borgo di Chiaia dove fu aperta la porta Romana, poi porta di Chiaia, che sorgeva in prossimità dell’attuale via Santa Caterina. Il borgo di Chiaia all’epoca era ancora al di fuori dalla cinta muraria, ma aveva una configurazione topograficamente autonoma rispetto all’abitato urbano vero e proprio. L’abitato si snodava su due assi principali: lungo la costa e per una via più interna che dal villaggio dei pescatori, passando presso i conventi di Santa Maria in Portico e dell’Ascensione giungeva alla villa Aragonese e alla porta di Chiaia. Nella pianta del Lafréry del 1566 è riconoscibile la villa Aragonese, che corrisponde all’insula più estesa, e si vede come la zona fosse ricca di giardini e vigneti particolarmente numerosi sulle pendici della collina. Sempre nel ‘500 fu eretto a ridosso della murazione vicereale il palazzo Cellamare per l’abate Giovanni Francesco Carafa, poi restaurato ed ampliato nel 1722 da Antonio Giudice, principe di Cellamare. Alla fine del ‘600 il vicerè Medinacoeli iniziò la trasformazione della spiaggia di Chiaia in passeggio alberato e per le zone interne cominciò un limitato processo di urbanizzazione, mentre la collina era ancora verde con poche ville o case coloniche isolate. All’epoca nella zona di Chiaia erano presenti i seguenti complessi religiosi: Santa Maria a Cappella Vecchia degli Olivetani, Ascensione a Chiaia dei Celestini, Santa Caterina a Chiaia dei Francescani, Sant’Orsola a Chiaia dei Mercedari spagnoli, San Rocco e Santa Maria della Vittoria dei Domenicani, Santa Teresa a Chiaia dei Carmelitani, Santa Maria in Portico dei Chierici Regolari di Maria, San Giuseppe a Chiaia dei Gesuiti. Al 1749 risale invece la fondazione del Real Convento di San Pasquale a Chiaia, con l’annessa chiesa. Nel 1778-80 ad opera di Carlo Vanvitelli la spiaggia di Chiaia fu sistemata a giardino e passeggio pubblico nel tratto più vicino a Pizzofalcone. Chiaia era ormai diventata uno dei dodici quartieri della città, ricco di nuovi palazzi, più intensamente urbanizzato verso la porta di Chiaia con un incremento edilizio che raggiunse il massimo verso la metà del secolo. La pianta del Duca di Noja del 1775 evidenzia come il borgo di Chiaia continuò ad espandersi parallelamente alla costa ed in particolare vi si notano alcuni edifici che ritroviamo ancora oggi su via dei Mille: il settecentesco palazzo Carafa di Roccella, attuale sede del Palazzo delle Arti di Napoli, il cinquecentesco palazzo d’Avalos del Vasto, la chiesa di Santa Teresa a Chiaia. Al periodo ottocentesco, sul lungo fronte edilizio della Riviera di Chiaia, risalgono alcuni dei più interessanti edifici neoclassici della città come la villa Pignatelli, il palazzo Ruffo della Scaletta, attualmente sede del Goethe Institut, il palazzo di San Teodoro. A quell’epoca l’intera zona si presentava ancora ricca di giardini e di orti urbani che subirono radicali trasformazioni nella seconda metà dell’800 con la sistemazione del Rione Amedeo, iniziata nel 1859 ad opera di Enrico Alvino, e la realizzazione di via dei Mille, iniziata nel 1886. Risalgono al decennio 1860-70 le edificazioni delle chiese Anglicana e Luterana e del Santuario dell’Immacolata a Chiaia.
Ascensione a Chiaia
Il complesso della chiesa e dell’annesso convento di Celestini, ubicato in piazzetta Ascensione, fu edificato nel secolo XIV sotto il regno di Roberto d’Angiò lungo l’antica via Puteolana che passava per l’Ascensione e Santa Maria in Portico. Nei secoli successivi il complesso andò in rovina per l’allontanamento dei frati, finchè nel 1622 il nobile portoghese Michele Vaaz, conte di Mola e ricco commerciante di grano, non comprò un suolo attiguo alla chiesa dei Celestini ed al suo palazzo per edificarvi una nuova chiesa, come debito verso i Padri Celestini per averlo ospitato nel loro convento in un momento di difficoltà. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1623, il complesso trecentesco fu demolito ed iniziò a cura degli eredi la costruzione della nuova chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Inizialmente la chiesa era una cappella di famiglia dei Vaaz, gestita spiritualmente dai Celestini, e solo nel 1699 fu ceduta ai Celestini che la intitolarono poi all’Ascensione. I lavori furono affidati inizialmente a Cosimo Fanzago, che vi operò dal 1626 al 1645, ma si protrassero per tutto il secolo successivo in quanto per sopraggiunti problemi statici, a causa dei terremoti del 1688 e 1694, furono necessari ulteriori lavori di consolidamento nel 1701 e la ricostruzione totale della cupola seicentesca nel 1767. Nel decennio francese, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, il convento fu destinato ad uso militare.
La facciata, oggi deturpata dalle numerose superfetazioni delle abitazioni vicine, è caratterizzata da un portico in piperno, a tre arcate su pilastri. La cupola attuale in pozzolana e lapillo ha sostituito l’antica struttura seicentesca a spicchi e costoloni. L’impianto della chiesa è a croce greca con un’invaso centrale coperto dall’alta cupola, ed i bracci costituiti dai due cappelloni trasversali, dal cappellone retrostante l’atrio, cioè dall’ingresso, e dalla zona dell’altar maggiore. L’altar maggiore in marmi e lapislazzuli, circondato da ricca balaustra, è opera di Aniello Gentile ed è firmato e datato 1738. I due angeli reggitorcia in marmo nel presbiterio sono anch’essi settecenteschi. Gli altari dei cappelloni laterali sono invece di Giuseppe Bastelli e sono firmati e datati 1754. Di un certo rilievo ancora il settecentesco pavimento, opera di Giuseppe Barberio, la cantoria con organo in controfacciata e le due graziose acquasantiere ai lati dell’ingresso. In chiesa sono custodite due straordinarie opere di Luca Giordano, firmate e datate 1657, l’anno successivo alla terribile pestilenza che sconvolse la città, quando egli era poco più che ventenne. La maestosa pala dell’altare maggiore raffigura San Michele sconfigge gli angeli ribelli, mentre quella dell’altare del cappellone destro rappresenta Sant’Anna e la Vergine. In entrambe le opere è ancora presente la lezione dei maestri veneti del ‘500, frequentati dal Giordano durante il suo soggiorno veneziano, caratterizzata da caldi toni di luce, caratteristici della sua prima fase neo-veneta. L’iconografia della vittoriosa lotta di San Michele contro gli angeli ribelli ha un chiaro significato simbolico, nel quale si vuol vedere il trionfo della chiesa sui protestanti ed in seguito anche sui musulmani. Una successiva versione di questa iconografia, dipinta dal Giordano circa una decina di anni dopo (1666), si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna e fu esposta a Napoli nel 2001 in occasione della relativa mostra monografica sul maestro napoletano. All’altare del cappellone sinistro la tela raffigurante Celestino V rinuncia al papato è del pittore ischitano Alfonso di Spigna, allievo del Solimena. Sono anche del di Spigna i due dipinti con Abramo e gli angeli e Agar nel deserto, collocati nel presbiterio, e gli affreschi dei Padri Celestini sui pilastri che reggono la volta (Papa Gregorio I, Bonifacio IV, Leone III, Agatone) e forse anche gli Evangelisti nei peducci della cupola. All’altare della cappellina a sinistra del presbiterio l’ovale con l’Ascensione è del pittore settecentesco Giovan Battista Lama, come anche dello stesso sono le quattro tele con Storie di San Pietro Celestino in sagrestia.
Santa Teresa a Chiaia
In seguito all’eredità del canonico Rutilio Collasino devoluta nel 1622 ai Carmelitani Scalzi, nel 1625 sorse nel borgo di Chiaia un convento di Carmelitani, dipendente da quello di Santa Teresa agli Studi, con l’annessa chiesa di Santa Teresa Plaggie, cosiddetta per la sua posizione rivolta al mare. Come si vede nella pianta del Baratta del 1629 la chiesa aveva una copertura a tetto, un piccolo portale d’ingresso con timpano ed una breve rampa d’accesso. Dopo qualche anno questa chiesa fu demolita per far posto ad una nuova struttura più ampia, la cui realizzazione fu affidata nel 1650 a Cosimo Fanzago. L’opera, finanziata grazie alle elargizioni della nobildonna Isabella Mastrogiudice e dei vicerè conte d’Oñate e Bracamonte, fu consacrata nel 1664. Danneggiata dal terremoto del 1688 fu restaurata qualche anno dopo con la facciata completamente rifatta e ridecorata con stucchi di gusto barocco. Nell’800, durante il periodo borbonico, il convento fu adibito a caserma con la distruzione degli annessi giardini ed in seguito per l’apertura di via Vittoria Colonna fu ridotto l’originario scalone fanzaghiano.
La facciata, al termine di una doppia rampa di scale, è articolata su due registri con il portale d’ingresso sormontato da una ricca decorazione scultorea con due Angeli che reggono una cornice ovale entro la quale vi è un altorilievo con Santa Teresa. Ai lati del portale entro due nicchie sono situate due statue raffiguranti personaggi biblici. Nella parte più alta della facciata una raggiera incornicia lo Spirito Santo rappresentato da una colomba. L’interno è a croce greca con ampia cupola e profondo vano absidale. Di grande interesse è la parete traforata che separa la zona d’altare dal coro. Delle otto statue di stucco raffiguranti Santi dell’ordine Carmelitano due sono inserite nella parete forata mentre le rimanenti circondano l’ambiente centrale. La statua di Santa Teresa sull’altare maggiore, disegnata dal Fanzago ed eseguita da allievi della sua bottega, fu completata nel 1664. Di notevole interesse artigianale le acquasantiere in marmo grigio ai lati dell’ingresso, il pavimento settecentesco a mattonelle maiolicate con al centro l’immagine del cuore di Santa Teresa, i quattro confessionali settecenteschi in legno di noce intagliato con ricca cornice sulla fronte recante lo stemma dell’Ordine Carmelitano ed il pulpito ligneo novecentesco sulla destra dell’altare maggiore. L’interno della chiesa è arricchito da alcune notevoli opere di Luca Giordano. Sugli altari delle cappelle del transetto, a sinistra Sant’ Anna, la Vergine e San Gioacchino e a destra Riposo nella fuga in Egitto, entrambe firmate e datate 1664; nella lunetta sopra il portale d’ingresso Santa Teresa si confessa a San Pietro d’Alcantara e nella cappella a sinistra dell’altare maggiore San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa, entrambe eseguite dopo il 1669. Le due tele del transetto sono indubbiamente le più significative e mentre quella con Sant’Anna risente ancora delle sue esperienze neo-venete, in linea con i dipinti dell’Ascensione a Chiaia, quella del Riposo è influenzata dall’Adorazione dei Pastori di Guido Reni della Certosa di San Martino, datata 1642. Tra gli altri dipinti presenti in chiesa si segnalano nella cappella a destra dell’altare maggiore La Madonna del Carmine dà lo scapolare a San Simone Stock attribuito a Giacomo Farelli; nel coro la Trinità di Tommaso Fasano, l’Adorazione dei Pastori di Gerolamo Cenatiempo, firmata e datata 1712, l’Estasi di Santa Teresa di Nicola Viso, firmata e datata 1739 ed una Croce dipinta di Andrea Vaccaro; in sagrestia Madonna addolorata di Paolo de Majo, firmata e datata 1760, la Vergine e San Giovanni della Croce di Giuseppe Marullo, la Morte di San Giuseppe di Paolo de Matteis, la Salita al Calvario, replica della tela di Andrea Vaccaro della Pietà dei Turchini e San Francesco adora il Crocifisso di Sebastiano Conca.
San Pasquale a Chiaia
In piazza San Pasquale è situato il complesso della chiesa e convento di San Pasquale a Chiaia, la cui edificazione risale al 1749 per volere dei sovrani Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia in segno di gratitudine per la nascita dell’erede al trono. La regina, particolarmente devota a San Pasquale Baylon, dedicò la chiesa a questo famoso santo francescano spagnolo, destinandola ai Padri Alcantarini Leccesi di San Pasquale. Il progetto fu assegnato all’architetto indiano Antonio Borbone, che aveva lo stesso cognome del re per essere stato da questi battezzato, e la direzione dei lavori al regio architetto Giuseppe Pollio. Inizialmente la chiesa era a croce greca con ingresso laterale e soltanto nel 1762 fu prolungata la navata a cura di un certo frate Cherubino, fu aggiunta la facciata principale e fu sistemata l’attigua piazza. Negli anni 1820-26 poi fu rifatto il pavimento dal marmoraro Raffaele Trinchese.
La facciata della chiesa presenta due coppie di lesene che sorreggono un timpano spezzato al di sopra del quale vi è un altorilievo in stucco con San Pasquale. Sul lato destro della chiesa si eleva la torre campanaria a quattro livelli, rivestita nei primi due da intonaco a bugnato, dal cui portale d’ingresso si può accedere al chiostrino ed al convento. L’arioso e armonico interno è a navata unica con cappelloni laterali comunicanti. Lungo tutto il perimetro superiore, compreso il coro, si sviluppa un matroneo con caratteristici coretti chiusi da grate lignee che dà luogo a singolari effetti scenografici. Di particolare pregio sono gli stucchi dei peducci della cupola e quelli che incorniciano gli ovali della Via Crucis che si susseguono per tutta la navata. Il dipinto sul primo altare destro, raffigurante la Visione della Madonna col Bambino a San Giovan Giuseppe della Croce, è di Giacinto Diano, firmato e datato 1790, e sostituisce la tela di Antonio Sarnelli con l’Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona, attualmente trasferita nell’attiguo convento. Le due tele sul secondo altare destro e sul secondo altare sinistro sono entrambe di Antonio Sarnelli e raffigurano rispettivamente San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa d’Avila e l’Immacolata con i Santi Francesco, Antonio, Gennaro e Nicola. L’altare maggiore in marmi policromi è sovrastato dalla statua di S. Pasquale nella nicchia superiore, che sostituisce la tela del Sarnelli, raffigurante San Pasquale con la Vergine in gloria, anch’essa trasferita nel convento. Sul primo altare sinistro vi è infine una scultura lignea della Madonna col Bambino, particolarmente venerata dagli Alcantarini, e al di sotto l’urna con le spoglie mortali del Beato Egidio Maria di San Giuseppe, frate alcantarino vissuto nel borgo di Chiaia tra il ‘700 e l‘800.
 Tra i tesori di Napoli un posto di rilievo è occupato dall’Arciconfraternita della Trinità dei Pellegrini, splendido esempio di fede, carità ed arte rimasto immutato dal Cinquecento ai nostri giorni. Situata nel cuore della Napoli antica, nella Pignasecca, svolge le sue funzioni con rinnovato vigore e rappresenta con le sue straordinarie opere d’arte, una meta tra le più importanti per gli appassionati di architettura, scultura e pittura. Nel Seicento a Napoli l’emergenza della povertà era grave quanto e più di oggi, soltanto che allora mancava l’intervento dello Stato e malati e derelitti potevano sperare unicamente sull’aiuto che nobili disinteressati ed animati da pietà cristiana portavano loro attraverso sodalizi, molti dei quali giunti fino ai nostri giorni, a testimoniare tangibilmente che il problema è rimasto sostanzialmente immutato. L’Arciconfraternita fu fondata da sei artigiani nel 1578 e nello statuto ci si ispirava ai nuovi principi caritatevoli promulgati da San Filippo Neri, il quale nel 1548 aveva fondato a Roma la Confraternita dei pellegrini e dei convalescenti. Alla missione caritatevole verso i diseredati si associava una profonda fraternitas tra i membri del sodalizio, che si completava con il rito estremo della sepoltura. La prima sede fu in Sant’Arcangelo a Baiano, la successiva in San Pietro da Aram ed infine ci si trasferì sui poderi alla Pignasecca di Camillo Pignatelli di Monteleone, nipote di Fabrizio Pignatelli, che aveva già fondato sul suo suolo un ospedale per pellegrini con annessa una piccola chiesa. Negli anni le strutture murarie hanno subito vasti ampliamenti fino alla fine del Settecento vedendo all’opera generazioni di architetti. Gli abiti indossati dai confratelli rosso fuoco, a rimembrare il sangue versato da Cristo, presentano un ampio cappuccio che ricopre completamente il volto, in maniera tale da permettere l’opera di carità nel completo anonimato. Anche molti altri oggetti, dal bastone del Primicerio al pallium, che funge da drappo funerario per coprire la bara, sono il segno tangibile di una serie di antichi simboli, che colpirono la fantasia di un celebre visitatore straniero come Alexandre Dumas, ma anche oggi, nella loro enigmatica valenza, non possono sfuggire all’attenzione dei contemporanei, per quanto distratti dal frastuono dell’attualità. Una visita allo straordinario complesso rappresenta un’eccitante avventura dello spirito ed oggi è possibile eseguirla, sia materialmente con la visita guidata dal sottoscritto sabato 2 dicembre alle ore 11, sia con l’ausilio della fantasia attraverso le pagine di uno splendido libro curato dal governatore del sodalizio Antonio Daldanise ed al quale hanno collaborato illustri studiosi, tra i quali il soprintendente Nicola Spinosa ed il preside della facoltà di architettura Benedetto Gravagnuolo. Il volume, corredato da centinaia di foto a colori, molte delle quali inedite, tratta in maniera esaustiva della storia dell’Arciconfraternita e descrive minuziosamente le molteplici opere d’arte conservate, dedicando ampio spazio ad aspetti poco conosciuti dagli stessi specialisti, come l’archivio storico, la terra santa ed i corredi sacri. Esso può costituire una splendida strenna di Natale. Non è in vendita e lo si può avere in omaggio facendo un offerta di beneficenza al sodalizio di 25 euro, una cifra simbolica che permette di assicurarsi un’opera dal valore venale enormemente superiore. Descrivere le opere d’arte conservate nell’Arciconfraternita, anche solo le principali è impresa improba e ci limiteremo a far contemplare alcune splendide foto, dando appuntamento, a chi vorrà ammirarle con la guida del sottoscritto, a sabato 2 dicembre alle ore 11 in vetta al maestoso scalone di ingresso della chiesa principale, sita nel cortile dell’ospedale Pellegrini. Chi non interverrà potrà consolarsi con le pagine del libro, che si può ritirare ogni giorno presso la segreteria del sodalizio, ma affrettatevi perché rimangono poche copie a disposizione.
Galleria fotografica
 Francesco Laurana – Madonna col Bambino |
 Michelangelo Naccherino – Tomba di Fabrizio Pignatelli |
 Onofrio Palumbo e Didier Barra – San Gennaro protegge Napoli |
 Interno della chiesa |
 Ingresso della chiesa in una foto ottocentesca |
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Un viaggio tra i rifiuti della Campania di Dante Caporali
L'ultimo libro-inchiesta di Achille della Ragione, presente tra pochi giorni nelle edicole e nelle principali librerie, ha un titolo quanto mai significativo: Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana, cioè è un'indagine a tutto campo nel complesso mondo, ai più sconosciuto, dei rifiuti della nostra amata Regione. In verità l'autore è stato dibattuto fino all'ultimo tra questo titolo ed un altro "Rifiuti, politica, criminalità", ma credo che quello scelto alla fine rispecchi meglio il senso di questo reportage, perchè quella parola secca in dialetto, ma ormai conosciutissima a livello nazionale ed oltre, più di ogni altra caratterizza tutto ciò che ruota attorno a questo argomento, accomunandone i vari aspetti in un unico, emblematico vocabolo. Come segnalato nella prefazione, questo viaggio è stato in parte ispirato dalla recente opera prima di Roberto Saviano Gomorra, in particolare dall'ultimo capitolo sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania. Così nell'arco di qualche mese dopo minuziose ricerche bibliografiche e telematiche, dopo consultazione di archivi delle autorità giudiziarie e di polizia, dopo innumerevoli interviste a politici, imprenditori, esperti del settore e comuni cittadini, il nostro autore è riuscito a disporre di tutti gli elementi per avere un quadro abbastanza chiaro della situazione, per cui ha ritenuto opportuno divulgare in modo estremamente documentato l'entità di questo fenomeno, da sempre ignorato dai principali mezzi di informazione nazionali, rendendoci così tutti partecipi e consapevoli. La denuncia è accompagnata da oltre 60 foto alcune delle quali costituiscono un vero pugno nello stomaco. Immagini agghiaccianti come lo squallido trofeo di una pecora con due teste che troneggia nel salotto di un noto camorrista di Casal di Principe, uno spaventoso incendio appiccato ad una discarica con le fiamme che arrivano al cielo, oppure gli scheletri rinvenuti in gran numero alla periferia di Santa Maria Capua Vetere. Ma naturalmente l'autore non si è soltanto limitato a denunciare questa aberrante realtà, bensì ha proposto anche delle valide alternative per la sua risoluzione, dedicando gli ultimi capitoli del libro alla raccolta differenziata e quindi al successivo riciclaggio, senz'altro oggi i mezzi più efficaci per lo smaltimento dei rifiuti, consentendone altresì un opportuno recupero. Ed infine nella parte conclusiva del libro si additano anche dei modelli significativi di moderno trattamento dei rifiuti, che sicuramente impongono dei cambiamenti epocali di abitudini, come i sistemi di raccolta porta a porta, oppure una drastica riduzione, per esempio ricorrendo alla produzione di materiali rigorosamente riciclabili. La reazione immediata alla lettura del libro è sicuramente di sgomento, indignazione e rabbia, ma dopo le opportune riflessioni si fa strada in noi una profonda consapevolezza che ci spinge a diffondere queste scottanti verità perchè tutti ne traggano le opportune conseguenze ed ognuno di noi a seconda del proprio ruolo possa contribuire a superare, o almeno tentare, questa realtà degradante che assolutamente non fa parte della millenaria storia e cultura di Napoli e della Campania. Il libro sarà presentato a Napoli il 29 novembre alle ore 17 presso il teatro dell 'Istituto Collegio Denza a Posillipo, discesa Coroglio n. 9.
Al Salone dell’antiquariato di Napoli è esposto un dipinto di Alessandro D’Anna che raffigura una festa di  Carnevale del 1774 con sfilata di carri a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito. La tela, di altissima qualità, si affianca ad una simile conservata al museo di San Martino e costituisce un lampante documento visivo di una festa mitica che a Napoli per secoli ha costituito una eccezionale attrazione. Nel quadro si affollano carri e cavalli bardati diligentemente in fila, uomini impettiti nelle loro uniformi sgargianti, legioni di Pulcinella danzatori, cappelli impiumati in una fantasmagorica gara di eleganza, mentre il pubblico applaude gaudente. Attraverso piccole pennellate pregne di sostanza cromatica l’artista ci racconta una delle più esaltanti feste europee, una manifestazione viva e palpitante della cultura napoletana dell’epoca. La madre di tutte le feste partenopee, dal Carnevale alla Piedigrotta, partiva dal ventre dei quartieri spagnoli e si imperniava sul mitico Carro del Battaglino. Erano tempi felici, tra i vicoli di Montecalvario non regnava la famiglia Mariano e la zona non era come oggi ridotta a triste ricettacolo di prostitute e lenoni, extra comunitari e femminielli, tossici e spacciatori, bensì era la residenza di famiglie nobili e di membri dell’illuminata borghesia partenopea. Affianco alla chiesa di Santa Maria di Montecalvario esisteva una confraternita ed i membri di questo sodalizio erano, a partire dal 1620, gli organizzatori di queste processioni che partivano la sera del sabato santo ed attraverso via Toledo raggiungevano il Palazzo Reale per poi rientrare. La sfilata, giudicata dai contemporanei la più bella d’Europa, constava di vari carri con le raffigurazioni dei Misteri e di uno sul quale era l’Immacolata. Questo carro era il più celebrato ed al suo allestimento collaboravano artisti famosi come Giacomo Del Po e Gennaro Greco. Esso era ornato da figurazioni bibliche ed allegorie religiose, ma nel 1684 se ne costruì uno con l’imperatore che schiacciava il turco ed anche nel Settecento se ne fecero altri a carattere politico. Una folla enorme seguiva la processione con il viceré in prima fila. La sua fama percorreva il continente e grandi personaggi accorrevano a Napoli per assistervi. Alcune volte, per permettere a qualche ospite di eccezione della Corte di assistervi, ne venne spostata la data. Celebre l’episodio del 1630, quando nella nostra città si trovava l’infanta Maria, sorella di Filippo IV, che doveva essere ritratta dall’immortale pennello del Velazquez, ospite del Ribera. Il Carnevale e la stessa Piedigrotta con la mitica sfilata dei carri erano figlie di questa celebre processione, che durò poco meno di due secoli. A partire dall’Ottocento cominciò a prendere piede la sfrenata festa di Piedigrotta, che raggiunse il culmine negli anni del regno di Lauro. Chi ha i capelli bianchi ricorda quelle memorabili maratone di gioia popolare che duravano quindici giorni. Durante il passaggio per le strade cittadine dei mastodontici carri era permesso un po’ di tutto: sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi soggetti, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le età, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando in tal modo le angustie quotidiane. L’antico e mai sopito spirito greco della festa, nato tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani. Bei tempi per chi li ha vissuti, oggi non ci resta che sperare che questo pregevole dipinto, raro documento figurativo dei tempi passati, possa essere acquistato dallo Stato e destinato al museo di San Martino, a rammentare il nostro illustre passato quando Napoli era la capitale di un regno e non della spazzatura. Achille della Ragione
Al museo archeologico di Napoli é in corso fino al 27 febbraio una mostra pregevole per il tentativo di dare una spiegazione al fascino del mistero dell'antico Egitto, responsabile della penetrazione nella nostra terra, per esempio, di una tradizione religiosa che soppiantò i culti locali.
Il titolo della mostra è "Egittomania", un nome che vuole evidenziare i momenti di contatto, ma soprattutto, di assimilazione di elementi appartenenti alla millenaria civiltà subito dopo la conquista dell'Egitto, prima ad opera dei Greci e poi dei Romani.
All'ingresso della mostra c'è un superbo allestimento di reperti provenienti dall'Iseo di Benevento. Al centro campeggia una statua di Domiziano nelle vesti di un divino faraone. Mentre intorno non meno importanti ci sono divinità animali, rappresentazioni di Iside ecc.
Seguendo l'itinerario espositivo al primo piano si possono ammirare monili e scarabei azzurri che provengono da Pithecusae (Ischia) o da Cuma, assieme a vasellame rituale, statuine (ex voto).
Il culto di Iside si diffuse in Campania con l'arrivo nel porto di Pozzuoli di marinai e commercianti alessandrini. La dea, sposa infelice di Osiride e madre di Horus, era il simbolo delle qualità femminili per eccellenza, come la fedeltà e la maternità; proteggeva inoltre i naviganti e attraverso i riti misterici assicurava la vita ultraterrena.
Due imponenti statue di Iside a grandezza naturale sono la visibile testimomianza di quanto fosse radicata la religione egiziana. Essa scomparve, pare, solo con l'avvento dell'imperatore Giustiniano.
L'Iseo di Pompei, costruito nel II sec. a.C., è rappresentato su scala ridotta da un magnifico plastico, mentre i sontuosi affreschi originari, stanziali al museo di Napoli, offrono un panorama di alcune fasi cultuali e dei luoghi deputati alle cerimomie religiose.
Quando nel '700, in seguito agli scavi borbonici, fu scoperto il tempio di Iside e soprattutto dopo la campagna di Napoleone in Egitto, la moda egittizzante prese piede dovunque.
Sono esposte delle raffinate ceramiche da tavola, di epoca borbonica.
Ancora nell'800 notevoli dipinti ad olio esprimono il gusto egiziaco, così come una bellissima scultura del D'Orsi, recante il naoforo di Osiride, vuole ricordare la forte attrazione dell'epoca per la civiltà nilotica.
Il fascino legato all'antico Egitto è sempre attuale, anche se ci sono stati dei tempi - e lo scopo della mostra è questo - in cui esisteva una vera e propria egittomania.
Il passaggio dal mito alla storia, intesa come scienza, avviene grazie alla decifrazione di quella scrittura incomprensibile, misterica, il cui studio nei tempi passati fu abbandonato perchè troppo difficile. Un francese, Jean-Francois Champollion, nel 1822 fornisce la chiave di lettura dei geroglifici dopo un lavoro certosino durato più di venti anni, eseguito sulla famosa stele di Rosetta.
Così nasce l'Egittologia.
Il sapere dei sacerdoti di Iside, unici depositari della verità e consiglieri dei faraoni, veniva finalmente svelato.
La visita alla mostra potrebbe essere l'occasione per rivedere la sezione egiziana del museo di Napoli, la quale dopo la prestigiosa collezione di Torino è la più importante d'Italia. Ricordiamo oltre alla "Dama di Napoli", "Il gruppo scultoreo dei coniugi Paenda e Neshua", "Il monumento funerario di Imeneminet" della collezione Borgia; il "Coperchio di sarcofago" e i "Canopi" di calcare della collezione Picchianti, che comprende anche cinque mummie.
La visita ad Egittomania costituisce la seconda tappa del percorso degli Amici delle chiese napoletane ed avverrà sabato 25 novembre alle ore 11 con la guida dell’autrice.
Elvira Brunetti
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05/02/2012 @ 7.48.55
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