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	<title>UPBN - L'angolo della cultura</title>
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		<name>UPBN - L'angolo della cultura</name>
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		<title><![CDATA[L’elemosina in occidente nel XXI secolo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img height="304" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/elemosina.jpg" width="200" align="left" vspace="5" alt="" />La nostra civilt&agrave;, e non solo la nostra, riconoscono all&rsquo;elemosina un significato fondamentale, per i cristiani esercitare la carit&agrave; verso il prossimo &egrave; un bisogno dello spirito ed un mezzo per raggiungere la salvezza e la vita eterna, per i laici un tentativo di redistribuzione della ricchezza ed una parziale risposta della societ&agrave; al problema della povert&agrave;.<br />Tutte le religioni impongono ai propri seguaci l&rsquo;obbligo di venire incontro ai bisogni dei meno fortunati, la Carit&agrave; dei cristiani poco differisce dallo Zakat dei mussulmani, uno dei pilastri della fede islamica. <br />Il comunismo si &egrave; illuso di poter risolvere le disuguaglianze economiche tra gli uomini, ma il suo fallimento &egrave; sotto gli occhi di tutti e fino a quando esister&agrave; la povert&agrave; &egrave; dovere di ogni uomo di buona volont&agrave; cercare di porvi rimedio. <br />Naturalmente vi &egrave; una differenza abissale tra chiedere l&rsquo;elemosina o cercare di estorcere denaro con protervia ed arroganza, come &egrave; il caso dei parcheggiatori abusivi o dei lavavetri. E questa distinzione, chiara ed inequivocabile, va sottolineata con forza, per togliere fiato ed argomentazione ai soliti <em>bastion contrari</em>, sorti come funghi e dediti a proclamare sempre e soltanto il contrario di tutto. <br />Il velleitario tentativo di sindaci coraggiosi di stroncare un racket vergognoso va plaudito e compito dei cittadini &egrave; quello di collaborare, facendo confluire il proprio aiuto verso istituti assistenziali specializzati ed affidabili. <br />Prima che l&rsquo;Italia divenga la terra promessa dei diseredati di tutto il mondo ed una marea incontenibile ci travolga. <br />(Achille della Ragione)]]></content>
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		<title><![CDATA[L’Istituto per non vedenti Paolo Colosimo  -  Un raro connubio tra fede, arte e carità]]></title>
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		<created>2007-04-30T00:04:56+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img alt="" hspace="9" width=250" src="/public/blog/cultura/public/PaoloColosimo.jpg" align="left" vspace="9" border="1" />La chiesa di S. Teresa degli Scalzi con la sua mole maestosa &egrave; uno dei tanti monumenti colpevolmente negati da decenni alla fruizione dei napoletani e dei forestieri. Edificata nel Seicento possedeva un monastero tra i pi&ugrave; estesi e ricchi di opere d’arte della citt&agrave; che, passato allo Stato, si trasform&ograve; nel 1892 in un istituto per ciechi. Un luogo di fede e di preghiera divenuto esempio di solidariet&agrave; e fratellanza fra gli uomini.<br />Nei primi decenni offriva unicamente un ricovero ai non vedenti, ma il caso stava per diventare l’artefice di un profondo cambiamento, quando il 24 maggio del 1913 buss&ograve; perentoriamente alla porta della famiglia Colosimo e strapp&ograve; via, nel fiore della giovent&ugrave;, il giovane avvocato Paolo. <br />Il dolore dei genitori fu straziante, ma dalla sofferenza pi&ugrave; atroce nacque il nobile proposito di aiutare i pi&ugrave; sfortunati tra gli uomini: i non vedenti nel difficile cammino della loro esistenza. Tommasina Grandinetti in Colosimo, profuse tutte le sue ricchezze e le sue energie nell’accettare la presidenza dell’Istituto, il quale cominci&ograve; ad ospitare i soldati che, nel furore spietato della seconda guerra mondiale, avevano perso la vista. Essi furono istruiti a svolgere attivit&agrave; lavorative compatibili con la loro grave mutilazione, continuando a sentirsi utili ed impararono l’uso dei telai e del tornio. Grazie al sistema Braille leggevano ed eseguivano disegni. <br />Negli anni Venti ha lavorato nell’Istituto un personaggio leggendario: Eugenio Malossi, che oltre alla cecit&agrave; era muto e sordo, una sventura che avrebbe distrutto chiunque, ma che invece non imped&igrave; al nostro eroe di diventare maestro di altri compagni di sventura e di creare una tecnica, adoperata in tutto il mondo, per comunicare per i soggetti portatori di handicap sensoriali multipli. La odierna benemerita Lega del filo d’oro prende spunto dalla sua attivit&agrave;, che ebbe all’epoca grande eco sulla stampa ed avrebbe sicuramente meritato il premio Nobel per la pace. Dal 1941 il Colosimo &egrave; divenuto un istituto professionale con corsi per falegname, tessitore, centralinista e massoterapeuta. Gli insegnanti e gli istruttori sono quasi tutti non vedenti a dimostrazione che con gli occhi della mente e con una ferrea volont&agrave; si pu&ograve; superare qualsiasi menomazione. <br />La visita al vecchio monastero organizzata dagli Amici delle chiese napoletane &egrave; stata una delle pi&ugrave; interessanti tra le oltre duecento organizzate nei quattro anni di attivit&agrave; dell’associazione. Essa &egrave; avvenuta grazie alla cortese disponibilit&agrave; della dottoressa Zullo e del dottor Salzano. <br />Nell’elegante anticamera dove le monache incontravano, in rare occasioni, i parenti ci riceve un solerte funzionario della regione Costantino Asprinio, che ci guider&agrave; lungo un affascinante percorso a ritroso del tempo. Nell’ingresso troneggiano solenni i busti dei fondatori ed alcune lapidi che rammentano la nascita dell’Istituto. Dopo pochi passi si entra in un piccolo chiostro con al centro un vecchio pozzo, dal quale le monachelle attingevano l’acqua di cui abbisognavano. <br />I locali attualmente occupati dagli uffici dell’amministrazione sono adornati da stalli lignei di eccezionale bellezza, alcuni dei quali gareggiano alla pari con quelli solenni delle sale capitolari dei pi&ugrave; celebri monasteri cittadini. Alle pareti e sui soffitti splendide tele settecentesche accuratamente restaurate. Al fianco di due possenti colonne a tortiglione due dipinti firmati di Sebastiano Conca degni di Capodimonte. <br />L’antica sala delle vendite, dove periodicamente avveniva l’autofinanziamento dell’Istituto attraverso l’aggiudicazione di tessuti e lavori in vimini eseguiti dagli allievi, &egrave; contornata da una serie di armadi, che conservano a futura memoria i lavori migliori. Proseguendo la visita si percorrono lunghissimi corridoi sui quali si affacciano le aule ed i laboratori. Si visita prima una cappella dove si celebra messa davanti ad un altare ligneo di preziosa fattura e ad una piccola pala di scuola solimenesca; quindi si accede ad un teatrino perfettamente conservato, con tanto di foyer, platea e loggione per circa duecento posti, con un sipario contornato da agili girali in legno dorato. <br />Ai piani superiori, dopo uno sguardo al vecchio malfermo campanile ed ai numerosi orti, si entra nelle grandi sale dove si conservano gli speciali telai, dotati di campanelli, che venivano adoperati dagli allievi per eseguire i loro raffinati lavori di tessitura. Un lungo corridoio &egrave; tappezzato da antiche foto che mostrano i soldati della prima guerra mondiale, ancora nelle loro divise, impegnati in lavori di tornio e di tessitura. Alcune immagini riprendono Eugenio Malossi mentre lavora ed insegna e sulla parete laterale una lunga serie di diplomi reali e benemerenze varie ottenute grazie alla sua opera meritoria. <br />La visita si conclude tra i giardini e gli enormi spazi esterni prospicienti l’edificio del museo archeologico. In uno di questi orti si trovava un antico sepolcreto dove riposavano le religiose dopo il loro percorso terreno di privazioni e preghiere. <br />L’emozione per gli incontri con gli ospiti della struttura, ai quali negli ultimi anni si sono affiancati anche studenti ipovedenti e la scoperta di una superficie cos&igrave; ampia salvatasi dalla furia edilizia invita a tristi e gravi pensieri ed a considerare la nostra fortuna di non essere costretti a vedere attraverso gli occhi dell’anima. <br />(Achille della Ragione) <br />Fotografie di Maddalena Iodice]]></content>
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		<title><![CDATA[IL SENO NELL'ARTE dall'antichità ai nostri giorni]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img alt="" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/seno.jpg" width="200" align="left" vspace="9" border="1" />L’opera &egrave; una carrellata attraverso i secoli alla ricerca delle rappresentazioni che pittori e scultori di ogni tempo e di ogni luogo hanno dato del seno: il pianeta misterioso. Un percorso che merita di essere attraversato in lungo e in largo per un sottile piacere dello spirito. Si parte dalla Venere di Willendorf, risalente al paleolitico, per giungere alle fantasiose raffigurazioni degli artisti contemporanei. Sono rappresentati tutti i grandi e tutte le correnti figurative pi&ugrave; famose, ma tanti sono i minori, che hanno saputo cogliere del seno aspetti singolari ed affascinanti nelle sue infinite sfaccettature: scoperto o maliziosamente velato, innocente o peccaminoso, pubblico e privato, disponibile e proibito, senza tener conto delle forme e dei gusti anatomici, che nel tempo hanno subito sostanziali variazioni. Un avventuroso viaggio di 168 pagine, corredate da oltre 200 foto a colori, nel quale l’autore ci accompagna, facendoci partecipe delle sue conoscenze e dell’infinito amore verso il pi&ugrave; dolce degli attributi femminili.</p>
<p>2006<br />23x21<br />168 pagine <br />203 immagini a colori<br />ISBN 978-88-8497-004-6<br />&euro; 30,00</p>]]></content>
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		<issued>2007-03-15T19:46:02+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[La città verticale]]></title>
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		<created>2007-03-10T19:03:16+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img alt="" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/cittaverticale.jpg" width="250" align="left" vspace="9" border="1" />Per vicende spesso connesse ad eventi criminali, gli ultimi mesi hanno visto riesplodere il dibattito su Napoli come dimostra il fenomeno Gomorra di Roberto Saviano. Tuttavia, accanto a questa Napoli infelix, esiste ancora una Napoli felix che vuole essere presente sulle prime pagine, ma per motivi assolutamente diversi.</p>
<p>In questa direzione si muove La citt&agrave; verticale di Mario Prisco, un testo che si sofferma sulla rappresentazione della citt&agrave; data dagli scrittori a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Poco meno di un secolo e mezzo di storia letteraria ispezionati dall’autore con minuziosa attenzione senza perdere mai di vista l’obiettivo del suo studio che mira a racchiudere l’immagine registrata non solo dagli scrittori napoletani, ma anche da quelli provenienti da altre realt&agrave; italiane e straniere.</p>

<p>La tesi, immediatamente esposta nell’introduzione, parte dalla considerazione che “Napoli non &egrave; mai osservata da un’angolazione onnicomprensiva”, giacch&eacute; “lo sguardo raramente supera la visione parziale. Cos&igrave; essa &egrave; da sempre vista o dall’alto o dal basso, quasi come se l’unica delle visioni possibili fosse quella verticale.” (p. 9)</p>
<p>Secondo Prisco la verticalit&agrave; &egrave; riscontrabile oltre che negli scritti degli autori, anche nella stessa morfologia della citt&agrave; che storicamente ha visto in molti quartieri la compresenza di classi sociali assolutamente distanti tra loro e misteriosamente capaci di coesistere in una piena tolleranza. Allo stesso modo, l’esistenza di una enorme citt&agrave; sotterranea, contrapposta a quella che si erge in superficie, d&agrave; al concetto di verticalit&agrave; una consacrazione quasi naturale, come se fosse impossibile prescindere da essa per la piena comprensione dell’anima profonda della citt&agrave;.</p>
<p>Ad ogni modo, la centralit&agrave; del concetto di verticalit&agrave; nel libro &egrave; sostenuta, come abbiamo appena accennato, dalla posizione in cui si collocano gli scrittori. Una parte numerosa di essi, infatti, ha rivolto la propria attenzione alla plebe cittadina, tanto derelitta, quanto dissennatamente caratteristica di una condizione esistenziale raramente riscontrabile in altre realt&agrave; occidentali. Un mondo retto da regole e codici spesso sconosciuti a coloro che ne sono culturalmente lontani, ma che da sempre hanno attirato l’immaginario e la curiosit&agrave; non solo di una fascia degli stessi napoletani, ma principalmente di coloro che la osservano da fuori.</p>
<p>Come l’autore dimostra in questo libro, le motivazioni alla base di tale interesse sono talvolta diverse: se da una parte esse sono dettate da un desiderio di conoscenza e quindi da una volont&agrave; di denuncia e di intervento successivi, come nei tanti autori che hanno scritto su Napoli tra la fine dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento; dall’altra, molti scrittori hanno costruito sull’immagine colorita e insolita che scaturiva dall’osservazione dei fondaci e del modo di vivere di questa folta massa di individui che li occupavano, una oleografia folclorica sulla quale &egrave; nato e si &egrave; sviluppato lo stereotipo della citt&agrave;. Uno stereotipo che ha quasi annullato la sua antica tradizione culturale, dando inevitabilmente il destro ad affrettate considerazioni socio-politiche quasi sempre riduttive e talvolta addirittura sprezzanti. L’immagine di una Napoli tutta “sole, pizza e mandolino” ha accompagnato per decenni la cartolina della citt&agrave;. E in nome di essa si &egrave; lasciato che si portasse avanti il sacco ambientale compiuto da una borghesia rozza e troppo spesso incapace di rispondere al suo compito storico.</p>
<p>Il libro di Prisco riteniamo che vada nella direzione inversa. Pur partendo da un profondo amore per la citt&agrave;, l’autore evita di ricorrere sia a un atteggiamento di auto-denigrazione, sia ad uno, altrettanto negativo, di auto-glorificazione. Ne scaturisce un’indagine storico-letteraria credibile, che consente al lettore di entrare in contatto in modo agevole con i tanti scrittori che si sono soffermati sulla citt&agrave; senza perdere di vista quanto &egrave; accaduto negli ultimi anni. Infatti, il settimo capitolo, dedicato all’ultimo ventennio, &egrave; la sezione che occupa il maggior numero di pagine a dimostrazione della volont&agrave; di interpretare la difficile situazione della citt&agrave;, nella ferma convinzione che la cultura napoletana ha ancora molte possibilit&agrave; di recuperare l’immagine positiva della citt&agrave;. </p>
<p>Ricordiamo ai colleghi che il libro &egrave; al momento in vendita a Napoli, presso la Libreria “Internazionale” di Via Scarlatti e nelle librerie "Dante &amp; Descartes" di Via Mezzocannone e di Via Port’Alba.</p>
<p> </p>
<p>Mario Prisco<br />La citt&agrave; verticale<br />O&egrave;dipus, Salerno 2006<br />Pagine 400<br />Euro 16,00 </p>]]></content>
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		<issued>2007-03-10T19:03:16+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Mostra di Giorgio de Chirico a Padova]]></title>
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		<created>2007-02-15T22:19:31+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico02.jpg" align="left" vspace="9" width="200" border="1" alt="" />Palazzo Zabarella di Padova, luogo ricco di storia e recentemente anche di incontri culturali, &egrave; sede in questi giorni e fino al 27 maggio di un evento importante: Giorgio de Chirico in mostra con cento opere di vari periodi, illustranti i multiformi volti dell’artista vissuto novanta anni.<br /></p>
<p>Si offre l'opportunit&agrave; al pubblico, gi&agrave; intenditore ed estimatore del sommo pittore italiano (fig. 0) del Novecento, di avvicinarsi ancora una volta al suo <em>mistero</em>, nel tentativo di carpirne il segreto.</p>

<p>Non c'&egrave; opera pi&ugrave; autobiografica e allo stesso tempo pi&ugrave; enigmatica di quella di de Chirico. Nel suo dire e non dire egli dice la sua storia, il suo vissuto. I segni che forse riempivano i suoi sogni notturni, presenti quindi nel suo inconscio, assurgono a simboli di quell'io narrante presente nei suoi quadri. Pittore filosofo, letterato, giornalista, scrittore e fin anche scenografo di pi&egrave;ce teatrali (La Giara di Pirandello, La figlia di Iorio di D’Annunzio) &egrave; il descrittore di un universo semplice, come per esempio i biscotti di Ferrara, e complesso, perch&eacute; i legami tra gli oggetti rappresentati sfuggono alla legge di causa ed effetto.</p>
<p>Nasce a Volos in Grecia, dove trascorre l'infanzia e l'adolescenza. Della Tessaglia conserver&agrave; il ricordo dei bellissimi cavalli, come del padre ingegnere ferroviario ricorder&agrave; il treno in alcuni suoi quadri. Tutto il mondo classico con la sua mitologia condizioner&agrave; la sua ispirazione. La stazione, la vela di una nave o la sua tolda, i mobili accatastati, sono una denuncia amara del suo continuo errare nella vita. Amava la figura di Don Chisciotte. In mostra c’&egrave; una tela dal titolo <em>Ritorno al castello</em> (fig. 1), in cui il contrasto del cavaliere nero &egrave; sorprendentemente avvincente. </p>
<p>Si sentiva apolide per i continui spostamenti. Dopo la morte del padre, grazie alla madre vedr&agrave; l’approdo alla mitica Italia, la vagheggiata patria dei suoi genitori. I due fratelli Giorgio e Andrea, che adotter&agrave; in seguito il nome di Alberto Savinio, gi&agrave; monchi di una sorellina deceduta in tenera et&agrave;, cammineranno sempre lungo binari paralleli e contrapposti, come le due facce d una stessa anima, Castore e Polluce, fino alla morte di quest’ultimo per infarto, lo stesso anno in cui de Chirico sposa ad Assisi Isabella Far. </p>
<p>Siamo nel 1952 il nostro &egrave; gi&agrave; anziano, ma pi&ugrave; che mai dotato di uno spirito vivido e lucido ed una tenacia creativa, che lo condurranno a superare i terribili lutti familiari. La mamma, che tanta parte aveva avuto nell’avventura artistica di tutti e due i figli, era gi&agrave; scomparsa quindici anni prima della fine di colui considerato da sempre il suo <em>alter ego</em>.</p>
<p>Ormai famoso in Europa e negli Stati Uniti, dopo aver finalmente superato la triste questione dei falsi de Chirico, il maestro affronta un nuovo periodo creativo quello della Neometafisica, in cui riprende il tema della giovinezza e lo ripercorre alla luce del suo attuale sentire. Non &egrave; pi&ugrave; l’inquietudine dei verdi anni a fargli muovere le mani sulla tela, non c’&egrave; pi&ugrave; l’interrogazione profonda sulla realt&agrave; che ci circonda, bens&igrave; nostalgia e forse ironia. I classici manichini dalla testa a forma d’uovo, presenti in tante opere degli anni Venti e Trenta, vedi per esempio <em>Ettore e Andromaca</em> (fig. 2) o la statua di marmo bianco nel <em>Figliuol prodigo</em>, non sono pi&ugrave; presenze angoscianti, cos&igrave; come le piazze deserte in cui la vita &egrave; disumanizzata con piccole figurine che vivono delle loro ombre, proiettate oltre misura in grossi spazi vuoti, come si pu&ograve; evincere nella <em>Melanconia</em> (fig. 3). </p>
<p>De Chirico fu fortemente influenzato durante il suo soggiorno a Monaco dalla pittura di Arnold Bocklin e dalla filosofia di Nietzsche. In alcuni dei suoi numerosi autoritratti si rappresenta come Friedrich nella sua caratteristica posa. Ancora nicciana &egrave; l’ora solare, quella del crepuscolo, che sceglie di descrivere nell’ <em>Enigma dell’arrivo e del pomeriggio </em>(fig. 4), un quadro straordinario che annulla il tempo e colloca la visione nel fluire eterno senza passato n&eacute; futuro. </p>
<p>Quella era la pittura metafisica, cio&egrave; al di l&agrave; della realt&agrave;, che indaga sulla vita misterica delle cose. E’ la pittura mentale di Marcel Duchamps, entrambi studiavano il rapporto tra parola e immagine. L’oggetto viene staccato dal suo contesto quotidiano e viene inserito in un luogo col quale non ha nessun rapporto e per questo &egrave; investito di sacralit&agrave; magica. Che cosa c’entra il casco di banane o il guanto di caucci&ugrave; nel famoso quadro che ispir&ograve; a Magritte il titolo: <em>Le chant d’amour</em> ? (fig. 5) </p>
<p>Fiumi d’inchiostro si sono versati sulla figura di uno dei pi&ugrave; importanti pittori del Novecento non solo italiano, ma europeo. Picasso lo chiamava: “Le peintre des gares” e poich&eacute; erano gli artisti pi&ugrave; importanti del momento, Londra nel ’37 dedic&ograve; loro una esposizione esclusiva. </p>
<p>L’incontro con i Surrealisti, intellettuali intransigenti, all’inizio fu buono; i seguaci di Andr&eacute; Breton quasi lo osannarono per Il <em>ritratto di Apollinaire</em>, non presente in mostra e poi gli stessi incominciarono a prendere le distanze, perch&eacute; negli anni ’30 e ’40 la sua opera fu molto criticata.</p>
<p>Ma la Francia non dimentica i “Grandi” e nel 1974 Giorgio de Chirico diventa accademico di Francia. Trascorre gli ultimi trenta anni con la moglie nella sua casa romana di piazza di Spagna, divenuta oggi casa museo, grazie alla fondazione creata dalla sua compagna di vita. Tra i quadri della sua collezione privata ce n’era uno in particolare al quale il Nostro teneva tanto: <em>La caduta</em>, rappresentante la passione di Cristo. </p>
<p>Intorno a questa opera si organizz&ograve; nel 2005 a Napoli una mostra interessante per la presenza di alcuni lavori, a testimonianza della sua produzione religiosa.</p>
<p>La Caduta, il cui sottotitolo &egrave; La salita al Calvario, fu scelta dalla vedova Isabella Far come opera pi&ugrave; importante da collocare nella sua cappella della chiesa San Francesco in Ripa a Trastevere. Gli altri quadri che fanno da pendant al principale sono un autoritratto ed il ritratto di Isa.</p>
<p><em>Pictor Optimus</em> &egrave; scritto sulla lapide che ne custodisce le spoglie e cos&igrave; vogliamo ricordarlo.</p>
<hr />
<p><font size="3"><font color="#993300"><strong>Galleria fotografica</strong></font></font></p>
<p>
<table height="116" cellspacing="5" cellpadding="5" width="411" align="center" border="0">
    <caption></caption>
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico00.jpg" width="120" /></td>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico01.jpg" width="120" /></td>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico02.jpg" width="120" /></td>
        </tr>
        <tr>
            <td align="center">Fig. 0</td>
            <td align="center">Fig. 1</td>
            <td align="center">Fig. 2</td>
        </tr>
        <tr>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico03.jpg" width="120" /></td>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico04.jpg" width="120" /></td>
            <td><img alt="" src="/public/blog/cultura/public/de_chirico05.jpg" width="120" /></td>
        </tr>
        <tr>
            <td align="center">Fig. 3</td>
            <td align="center">Fig. 4</td>
            <td align="center">Fig. 5</td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</p>]]></content>
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		<issued>2007-02-15T22:19:31+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Visita alle chiese di Chiaia ]]></title>
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		<created>2006-12-27T21:59:12+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><em>Notizie storiche sul borgo di Chiaia</em></p>
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<p>Il vico Santa Maria a Cappella Vecchia, nei pressi di piazza dei Martiri, ci porta nel luogo dove, all’interno di una cavit&agrave; naturale ai piedi della collina di Pizzofalcone, intorno al V secolo d. C. sorse una cappella dedicata alla Vergine, al posto, secondo un’antica tradizione, di un tempio dedicato a Serapide ed ancor prima dell’antro di Mitra. In seguito questa cappella fu trasformata nell’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, che divenne monastero di Basiliani dal 1134 fino al XV secolo, poi di Benedettini ed in seguito di Olivetani. Purtroppo l’ex chiesa &egrave; attualmente adibita a palestra, ma al suo interno sono ancora riconoscibili le strutture gotiche e le decorazioni barocche lungo la navata e nell’abside.<br />Ma &egrave; solo in epoca angioina, verso la met&agrave; del ‘300, che la zona di Chiaia inizi&ograve; pian piano ad essere urbanizzata con l’edificazione di vari casini da diporto. Nel tratto centrale della spiaggia fu costruita la chiesa dell’Ascensione ed in quest’area sorgeva il nucleo pi&ugrave; densamente abitato. Nell’antistante specchio d’acqua vi era l’isolotto di San Leonardo con l’omonimo convento, che fu distrutto in seguito all’ampliamento a mare del Real Passeggio.<br />Verso la fine del ‘400 fu edificata la villa di Alfonso II d’Aragona, i cui resti sono oggi inglobati nell’ottocentesco palazzo Torella con facciata e portale marmoreo sul largo Ferrandina.<br />Nel 1537 sotto il viceregno di don Pedro de Toledo si dette inizio alla ricostruzione ed ampliamento della murazione della citt&agrave;, che si spinse fin verso il borgo di Chiaia dove fu aperta la porta Romana, poi porta di Chiaia, che sorgeva in prossimit&agrave; dell’attuale via Santa Caterina.<br />Il borgo di Chiaia all’epoca era ancora al di fuori dalla cinta muraria, ma aveva una configurazione topograficamente autonoma rispetto all’abitato urbano vero e proprio. L’abitato si snodava su due assi principali: lungo la costa e per una via pi&ugrave; interna che dal villaggio dei pescatori, passando presso i conventi di Santa Maria in Portico e dell’Ascensione giungeva alla villa Aragonese e alla porta di Chiaia. Nella pianta del Lafr&eacute;ry del 1566 &egrave; riconoscibile la villa Aragonese, che corrisponde all’<em>insula</em> pi&ugrave; estesa, e si vede come la zona fosse ricca di giardini e vigneti particolarmente numerosi sulle pendici della collina.<br />Sempre nel ‘500 fu eretto a ridosso della murazione vicereale il palazzo Cellamare per l’abate Giovanni Francesco Carafa, poi restaurato ed ampliato nel 1722 da Antonio Giudice, principe di Cellamare.<br />Alla fine del ‘600 il vicer&egrave; Medinacoeli inizi&ograve; la trasformazione della spiaggia di Chiaia in passeggio alberato e per le zone interne cominci&ograve; un limitato processo di urbanizzazione, mentre la collina era ancora verde con poche ville o case coloniche isolate.<br />All’epoca nella zona di Chiaia erano presenti i seguenti complessi religiosi: Santa Maria a Cappella Vecchia degli Olivetani, Ascensione a Chiaia dei Celestini, Santa Caterina a Chiaia dei Francescani, Sant’Orsola a Chiaia dei Mercedari spagnoli, San Rocco e Santa Maria della Vittoria dei Domenicani, Santa Teresa a Chiaia dei Carmelitani, Santa Maria in Portico dei Chierici Regolari di Maria, San Giuseppe a Chiaia dei Gesuiti.<br />Al 1749 risale invece la fondazione del Real Convento di San Pasquale a Chiaia, con l’annessa chiesa.<br />Nel 1778-80 ad opera di Carlo Vanvitelli la spiaggia di Chiaia fu sistemata a giardino e passeggio pubblico nel tratto pi&ugrave; vicino a Pizzofalcone. Chiaia era ormai diventata uno dei dodici quartieri della citt&agrave;, ricco di nuovi palazzi, pi&ugrave; intensamente urbanizzato verso la porta di Chiaia con un incremento edilizio che raggiunse il massimo verso la met&agrave; del secolo. La pianta del Duca di Noja del 1775 evidenzia come il borgo di Chiaia continu&ograve; ad espandersi parallelamente alla costa ed in particolare vi si notano alcuni edifici che ritroviamo ancora oggi su via dei Mille: il settecentesco palazzo Carafa di Roccella, attuale sede del Palazzo delle Arti di Napoli, il cinquecentesco palazzo d’Avalos del Vasto, la chiesa di Santa Teresa a Chiaia.<br />Al periodo ottocentesco, sul lungo fronte edilizio della Riviera di Chiaia, risalgono alcuni dei pi&ugrave; interessanti edifici neoclassici della citt&agrave; come la villa Pignatelli, il palazzo Ruffo della Scaletta, attualmente sede del Goethe Institut, il palazzo di San Teodoro. A quell’epoca l’intera zona si presentava ancora ricca di giardini e di orti urbani che subirono radicali trasformazioni nella seconda met&agrave; dell’800 con la sistemazione del Rione Amedeo, iniziata nel 1859 ad opera di Enrico Alvino, e la realizzazione di via dei Mille, iniziata nel 1886. Risalgono al decennio 1860-70 le edificazioni delle chiese Anglicana e Luterana e del Santuario dell’Immacolata a Chiaia.</p>
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<p><em>Ascensione a Chiaia</em></p>
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<p>Il complesso della chiesa e dell’annesso convento di Celestini, ubicato in piazzetta Ascensione, fu edificato nel secolo XIV sotto il regno di Roberto d’Angi&ograve; lungo l’antica via Puteolana che passava per l’Ascensione e Santa Maria in Portico.<br />Nei secoli successivi il complesso and&ograve; in rovina per l’allontanamento dei frati, finch&egrave; nel 1622 il nobile portoghese Michele Vaaz, conte di Mola e ricco commerciante di grano, non compr&ograve; un suolo attiguo alla chiesa dei Celestini ed al suo palazzo per edificarvi una nuova chiesa, come debito verso i Padri Celestini per averlo ospitato nel loro convento in un momento di difficolt&agrave;. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1623, il complesso trecentesco fu demolito ed inizi&ograve; a cura degli eredi la costruzione della nuova chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Inizialmente la chiesa era una cappella di famiglia dei Vaaz, gestita spiritualmente dai Celestini, e solo nel 1699 fu ceduta ai Celestini che la intitolarono poi all’Ascensione.<br />I lavori furono affidati inizialmente a Cosimo Fanzago, che vi oper&ograve; dal 1626 al 1645, ma si protrassero per tutto il secolo successivo in quanto per sopraggiunti problemi statici, a causa dei terremoti del 1688 e 1694, furono necessari ulteriori lavori di consolidamento nel 1701 e la ricostruzione totale della cupola seicentesca nel 1767. Nel decennio francese, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, il convento fu destinato ad uso militare.<br /><img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig1.jpg" width="200" align="right" vspace="5" border="1" />La facciata, oggi deturpata dalle numerose superfetazioni delle abitazioni vicine, &egrave; caratterizzata da un portico in piperno, a tre arcate su pilastri. La cupola attuale in pozzolana e lapillo ha sostituito l’antica struttura seicentesca a spicchi e costoloni. L’impianto della chiesa &egrave; a croce greca con un’invaso centrale coperto dall’alta cupola, ed i bracci costituiti dai due cappelloni trasversali, dal cappellone retrostante l’atrio, cio&egrave; dall’ingresso, e dalla zona dell’altar maggiore. L’altar maggiore in marmi e lapislazzuli, circondato da ricca balaustra, &egrave; opera di Aniello Gentile ed &egrave; firmato e datato 1738. I due angeli reggitorcia in marmo nel presbiterio sono anch’essi settecenteschi. Gli altari dei cappelloni laterali sono invece di Giuseppe Bastelli e sono firmati e datati 1754. Di un certo rilievo ancora il settecentesco pavimento, opera di Giuseppe Barberio, la cantoria con organo in controfacciata e le due graziose acquasantiere ai lati dell’ingresso.<br />In chiesa sono custodite due straordinarie opere di Luca Giordano, firmate e datate 1657, l’anno successivo alla terribile pestilenza che sconvolse la citt&agrave;, quando egli era poco pi&ugrave; che ventenne. La maestosa pala dell’altare maggiore raffigura <img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig2.jpg" width="200" align="left" vspace="5" border="1" /><strong>San Michele sconfigge gli angeli ribelli</strong>, mentre quella dell’altare del cappellone destro rappresenta <strong>Sant’Anna e la Vergine</strong>. In entrambe le opere &egrave; ancora presente la lezione dei maestri veneti del ‘500, frequentati dal Giordano durante il suo soggiorno veneziano, caratterizzata da caldi toni di luce, caratteristici della sua prima fase neo-veneta.<br />L’iconografia della vittoriosa lotta di San Michele contro gli angeli ribelli ha un chiaro significato simbolico, nel quale si vuol vedere il trionfo della chiesa sui protestanti ed in seguito anche sui musulmani. Una successiva versione di questa iconografia, dipinta dal Giordano circa una decina di anni dopo (1666), si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna e fu esposta a Napoli nel 2001 in occasione della relativa mostra monografica sul maestro napoletano.<br />All’altare del cappellone sinistro la tela raffigurante Celestino V rinuncia al papato &egrave; del pittore ischitano Alfonso di Spigna, allievo del Solimena. Sono anche del di Spigna i due dipinti con Abramo e gli angeli e Agar nel deserto, collocati nel presbiterio, e gli affreschi dei Padri Celestini sui pilastri che reggono la volta (Papa Gregorio I, Bonifacio IV, Leone III, Agatone) e forse anche gli Evangelisti nei peducci della cupola. All’altare della cappellina a sinistra del presbiterio l’ovale con l’Ascensione &egrave; del pittore settecentesco Giovan Battista Lama, come anche dello stesso sono le quattro tele con Storie di San Pietro Celestino in sagrestia.</p>
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<p><em>Santa Teresa a Chiaia</em></p>
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<p>In seguito all’eredit&agrave; del canonico Rutilio Collasino devoluta nel 1622 ai Carmelitani Scalzi, nel 1625 sorse nel borgo di Chiaia un convento di Carmelitani, dipendente da quello di Santa Teresa agli Studi, con l’annessa chiesa di Santa Teresa Plaggie, cosiddetta per la sua posizione rivolta al mare.<br />Come si vede nella pianta del Baratta del 1629 la chiesa aveva una copertura a tetto, un piccolo portale d’ingresso con timpano ed una breve rampa d’accesso. Dopo qualche anno questa chiesa fu demolita per far posto ad una nuova struttura pi&ugrave; ampia, la cui realizzazione fu affidata nel 1650 a Cosimo Fanzago. L’opera, finanziata grazie alle elargizioni della nobildonna Isabella Mastrogiudice e dei vicer&egrave; conte d’Oñate e Bracamonte, fu consacrata nel 1664. Danneggiata dal terremoto del 1688 fu restaurata qualche anno dopo con la facciata completamente rifatta e ridecorata con stucchi di gusto barocco. Nell’800, durante il periodo borbonico, il convento fu adibito a caserma con la distruzione degli annessi giardini ed in seguito per l’apertura di via Vittoria Colonna fu ridotto l’originario scalone fanzaghiano.<br /><img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig3.jpg" width="200" align="left" vspace="5" border="1" />La facciata, al termine di una doppia rampa di scale, &egrave; articolata su due registri con il portale d’ingresso sormontato da una ricca decorazione scultorea con due Angeli che reggono una cornice ovale entro la quale vi &egrave; un altorilievo con Santa Teresa. Ai lati del portale entro due nicchie sono situate due statue raffiguranti personaggi biblici. Nella parte pi&ugrave; alta della facciata una raggiera incornicia lo Spirito Santo rappresentato da una colomba.<br />L’interno &egrave; a croce greca con ampia cupola e profondo vano absidale. Di grande interesse &egrave; la parete traforata che separa la zona d’altare dal coro. Delle otto statue di stucco raffiguranti Santi dell’ordine Carmelitano due sono inserite nella parete forata mentre le rimanenti circondano l’ambiente centrale. <img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig4.jpg" width="200" align="right" vspace="5" border="1" />La statua di Santa Teresa sull’altare maggiore, disegnata dal Fanzago ed eseguita da allievi della sua bottega, fu completata nel 1664. Di notevole interesse artigianale le acquasantiere in marmo grigio ai lati dell’ingresso, il pavimento settecentesco a mattonelle maiolicate con al centro l’immagine del cuore di Santa Teresa, i quattro confessionali settecenteschi in legno di noce intagliato con ricca cornice sulla fronte recante lo stemma dell’Ordine Carmelitano ed il pulpito ligneo novecentesco sulla destra dell’altare maggiore.<br />L’interno della chiesa &egrave; arricchito da alcune notevoli opere di Luca Giordano. Sugli altari delle cappelle del transetto, a sinistra Sant’ Anna, la Vergine e San Gioacchino e a destra <img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig5.jpg" width="200" align="left" vspace="5" border="1" />Riposo nella fuga in Egitto, entrambe firmate e datate 1664; nella lunetta sopra il portale d’ingresso Santa Teresa si confessa a San Pietro d’Alcantara e nella cappella a sinistra dell’altare maggiore San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa, entrambe eseguite dopo il 1669. Le due tele del transetto sono indubbiamente le pi&ugrave; significative e mentre quella con Sant’Anna risente ancora delle sue esperienze neo-venete, in linea con i dipinti dell’Ascensione a Chiaia, quella del Riposo &egrave; influenzata dall’Adorazione dei Pastori di Guido Reni della Certosa di San Martino, datata 1642.<br />Tra gli altri dipinti presenti in chiesa si segnalano nella cappella a destra dell’altare maggiore La Madonna del Carmine d&agrave; lo scapolare a San Simone Stock attribuito a Giacomo Farelli; nel coro la Trinit&agrave; di Tommaso Fasano, l’Adorazione dei Pastori di Gerolamo Cenatiempo, firmata e datata 1712, l’Estasi di Santa Teresa di Nicola Viso, firmata e datata 1739 ed una Croce dipinta di Andrea Vaccaro; in sagrestia Madonna addolorata di Paolo de Majo, firmata e datata 1760, la Vergine e San Giovanni della Croce di Giuseppe Marullo, la Morte di San Giuseppe di Paolo de Matteis, la Salita al Calvario, replica della tela di Andrea Vaccaro della Piet&agrave; dei Turchini e San Francesco adora il Crocifisso di Sebastiano Conca.</p>
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<p><em>San Pasquale a Chiaia</em></p>
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<p>In piazza San Pasquale &egrave; situato il complesso della chiesa e convento di San Pasquale a Chiaia, la cui edificazione risale al 1749 per volere dei sovrani Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia in segno di gratitudine per la nascita dell’erede al trono. La regina, particolarmente devota a San Pasquale Baylon, dedic&ograve; la chiesa a questo famoso santo francescano spagnolo, destinandola ai Padri Alcantarini Leccesi di San Pasquale. Il progetto fu assegnato all’architetto indiano Antonio Borbone, che aveva lo stesso cognome del re per essere stato da questi battezzato, e la direzione dei lavori al regio architetto Giuseppe Pollio. Inizialmente la chiesa era a croce greca con ingresso laterale e soltanto nel 1762 fu prolungata la navata a cura di un certo frate Cherubino, fu aggiunta la facciata principale e fu sistemata l’attigua piazza. Negli anni 1820-26 poi fu rifatto il pavimento dal marmoraro Raffaele Trinchese.<br /><img alt="" hspace="5" src="/public/blog/cultura/public/chiaia_fig6.jpg" width="200" align="left" vspace="5" border="1" />La facciata della chiesa presenta due coppie di lesene che sorreggono un timpano spezzato al di sopra del quale vi &egrave; un altorilievo in stucco con San Pasquale. Sul lato destro della chiesa si eleva la torre campanaria a quattro livelli, rivestita nei primi due da intonaco a bugnato, dal cui portale d’ingresso si pu&ograve; accedere al chiostrino ed al convento.<br />L’arioso e armonico interno &egrave; a navata unica con cappelloni laterali comunicanti. Lungo tutto il perimetro superiore, compreso il coro, si sviluppa un matroneo con caratteristici coretti chiusi da grate lignee che d&agrave; luogo a singolari effetti scenografici. Di particolare pregio sono gli stucchi dei peducci della cupola e quelli che incorniciano gli ovali della Via Crucis che si susseguono per tutta la navata.<br />Il dipinto sul primo altare destro, raffigurante la Visione della Madonna col Bambino a San Giovan Giuseppe della Croce, &egrave; di Giacinto Diano, firmato e datato 1790, e sostituisce la tela di Antonio Sarnelli con l’Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona, attualmente trasferita nell’attiguo convento. Le due tele sul secondo altare destro e sul secondo altare sinistro sono entrambe di Antonio Sarnelli e raffigurano rispettivamente San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa d’Avila e l’Immacolata con i Santi Francesco, Antonio, Gennaro e Nicola. L’altare maggiore in marmi policromi &egrave; sovrastato dalla statua di S. Pasquale nella nicchia superiore, che sostituisce la tela del Sarnelli, raffigurante San Pasquale con la Vergine in gloria, anch’essa trasferita nel convento. Sul primo altare sinistro vi &egrave; infine una scultura lignea della Madonna col Bambino, particolarmente venerata dagli Alcantarini, e al di sotto l’urna con le spoglie mortali del Beato Egidio Maria di San Giuseppe, frate alcantarino vissuto nel borgo di Chiaia tra il ‘700 e l‘800. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=17"/>
		<issued>2006-12-27T21:59:12+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Trinità dei Pellegrini]]></title>
		<id>http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=16</id>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img width="200" vspace="9" hspace="9" border="1" align="left" src="http://www.upbn.it/public/blog/cultura/public/trinita4.JPG" alt="" />Tra i tesori di Napoli un posto di rilievo &egrave; occupato dall’Arciconfraternita della Trinit&agrave; dei Pellegrini, splendido esempio di fede, carit&agrave; ed arte rimasto immutato dal Cinquecento ai nostri giorni. Situata nel cuore della Napoli antica, nella Pignasecca, svolge le sue funzioni con rinnovato vigore e rappresenta con le sue straordinarie opere d’arte, una meta tra le pi&ugrave; importanti per gli appassionati di architettura, scultura e pittura.  <br />Nel Seicento a Napoli l’emergenza della povert&agrave; era grave quanto e pi&ugrave; di oggi, soltanto che allora mancava l’intervento dello Stato e malati e derelitti potevano sperare unicamente sull’aiuto che nobili disinteressati ed animati da piet&agrave; cristiana portavano loro attraverso sodalizi, molti dei quali giunti fino ai nostri giorni, a testimoniare tangibilmente che il problema &egrave; rimasto sostanzialmente immutato.<br />L’Arciconfraternita fu fondata da sei artigiani nel 1578 e nello statuto ci si ispirava ai nuovi principi caritatevoli promulgati da San Filippo Neri, il quale nel 1548 aveva fondato a Roma la Confraternita dei pellegrini e dei convalescenti. Alla missione caritatevole verso i diseredati si associava una profonda fraternitas tra i membri del sodalizio, che si completava con il rito estremo della sepoltura.<br />La prima sede fu in Sant’Arcangelo a Baiano, la successiva in San Pietro da Aram ed infine ci si trasfer&igrave; sui poderi alla Pignasecca di Camillo Pignatelli di Monteleone, nipote di Fabrizio Pignatelli, che aveva gi&agrave; fondato sul suo suolo un ospedale per pellegrini con annessa una piccola chiesa. Negli anni le strutture murarie hanno subito vasti ampliamenti fino alla fine del Settecento vedendo all’opera generazioni di architetti.<br />Gli abiti indossati dai confratelli rosso fuoco, a rimembrare il sangue versato da Cristo, presentano un ampio cappuccio che ricopre completamente il volto, in maniera tale da permettere l’opera di carit&agrave; nel completo anonimato. Anche molti altri oggetti, dal bastone del Primicerio al pallium, che funge da drappo funerario per coprire la bara, sono il segno tangibile di una serie di antichi simboli, che colpirono la fantasia di un celebre visitatore straniero come Alexandre Dumas, ma anche oggi,  nella loro enigmatica valenza, non possono sfuggire all’attenzione dei contemporanei, per quanto distratti dal frastuono dell’attualit&agrave;.<br />Una visita allo straordinario complesso rappresenta un’eccitante avventura dello spirito ed oggi &egrave; possibile eseguirla, sia materialmente con la visita guidata dal sottoscritto sabato 2 dicembre alle ore 11, sia  con l’ausilio della fantasia attraverso le pagine  di uno splendido libro curato dal governatore del sodalizio Antonio Daldanise ed al quale hanno collaborato illustri studiosi, tra i quali il soprintendente Nicola Spinosa ed il preside della facolt&agrave; di architettura Benedetto Gravagnuolo.<br />Il volume, corredato da centinaia di foto a colori, molte delle quali inedite, tratta in maniera esaustiva della storia dell’Arciconfraternita e descrive minuziosamente le molteplici opere d’arte conservate, dedicando ampio spazio ad aspetti poco conosciuti dagli stessi specialisti, come l’archivio storico, la terra santa ed  i corredi sacri.  Esso pu&ograve; costituire una splendida strenna di Natale. Non &egrave; in vendita e lo si pu&ograve; avere in omaggio facendo un offerta di beneficenza al sodalizio di 25 euro, una cifra simbolica che permette di assicurarsi un’opera dal valore venale enormemente superiore.<br />Descrivere le opere d’arte conservate nell’Arciconfraternita, anche solo le principali &egrave; impresa improba e ci limiteremo a far contemplare alcune splendide foto, dando appuntamento, a chi vorr&agrave; ammirarle con la guida del sottoscritto, a sabato 2 dicembre alle ore 11 in vetta al maestoso scalone di ingresso della chiesa principale, sita nel cortile dell’ospedale Pellegrini.<br />Chi non interverr&agrave; potr&agrave; consolarsi con le pagine del libro, che si pu&ograve; ritirare ogni giorno presso la segreteria del sodalizio, ma affrettatevi perch&eacute; rimangono poche copie a disposizione.<br /><br />
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<p><font size="3"> <font color="#993300"><strong>Galleria fotografica</strong></font></font></p>
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<table width="411" height="116" cellspacing="5" cellpadding="5" border="0" align="center">
    <caption> </caption>
    <tbody>
        <tr>
            <td><img width="120" src="/public/blog/cultura/public/trinita1.jpg" alt="" /><font size="1" style="font-weight: bold;"><br />Francesco Laurana – Madonna col Bambino</font></td>
            <td><img width="120" src="/public/blog/cultura/public/trinita2.jpg" alt="" /><font size="1" style="font-weight: bold;"><br />Michelangelo Naccherino – Tomba di Fabrizio Pignatelli</font></td>
            <td><img width="120" src="/public/blog/cultura/public/trinita3.jpg" alt="" /><font size="1" style="font-weight: bold;"><br />Onofrio Palumbo e Didier Barra – San Gennaro protegge Napoli</font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><img width="120" src="/public/blog/cultura/public/trinita4.jpg" alt="" /><font size="1" style="font-weight: bold;"><br />Interno della chiesa</font></td>
            <td><img width="120" src="/public/blog/cultura/public/trinita5.jpg" alt="" /><font size="1" style="font-weight: bold;"><br />Ingresso della chiesa in una foto ottocentesca</font></td>
            <td> </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</p>]]></content>
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		<title><![CDATA[Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana]]></title>
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		<created>2006-11-23T19:37:24+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Un viaggio tra i rifiuti della Campania di <span style="font-style: italic;">Dante Caporali<img vspace="9" hspace="9" border="1" align="right" alt="" src="/public/blog/cultura/public/copertinamonnezza.jpg" style="width: 203px;" /><br /><br /></span> L'ultimo libro-inchiesta di Achille della Ragione, presente tra pochi giorni nelle edicole e nelle principali  librerie, ha un titolo quanto mai significativo: <span style="font-style: italic;">Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana</span>, cio&egrave; &egrave; un'indagine a tutto campo nel complesso mondo, ai pi&ugrave; sconosciuto, dei rifiuti della nostra amata Regione. <br /> In verit&agrave; l'autore &egrave; stato dibattuto fino all'ultimo tra questo titolo ed un altro &quot;Rifiuti, politica, criminalit&agrave;&quot;, ma credo che quello scelto alla fine rispecchi meglio il senso di questo <span style="font-style: italic;">reportage</span>, perch&egrave; quella parola secca in dialetto, ma ormai conosciutissima a livello nazionale ed oltre, pi&ugrave; di ogni altra caratterizza tutto ci&ograve; che ruota attorno a questo argomento, accomunandone i vari aspetti in un unico, emblematico vocabolo.<br /> Come segnalato nella prefazione, questo viaggio &egrave; stato in parte ispirato dalla recente opera prima di Roberto Saviano Gomorra, in particolare dall'ultimo capitolo sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania.<br /> Cos&igrave; nell'arco di qualche mese dopo minuziose ricerche bibliografiche e telematiche, dopo consultazione di archivi delle autorit&agrave; giudiziarie e di polizia, dopo innumerevoli interviste a politici, imprenditori, esperti del settore e comuni cittadini, il nostro autore &egrave; riuscito a disporre di tutti gli elementi per avere un quadro abbastanza chiaro della situazione, per cui ha ritenuto opportuno divulgare in modo estremamente documentato l'entit&agrave; di questo fenomeno, da sempre ignorato dai principali mezzi di informazione nazionali, rendendoci cos&igrave; tutti partecipi e consapevoli.<br /> La denuncia &egrave; accompagnata da oltre 60 foto alcune delle quali costituiscono un vero pugno nello stomaco. Immagini agghiaccianti come lo squallido trofeo di una pecora con due teste che troneggia nel salotto di un noto camorrista di Casal di Principe, uno spaventoso incendio appiccato ad una discarica con le fiamme che arrivano al cielo, oppure gli scheletri rinvenuti in gran numero alla periferia di Santa Maria Capua Vetere.<br /> Ma naturalmente l'autore non si &egrave; soltanto limitato a denunciare questa aberrante realt&agrave;, bens&igrave; ha proposto anche delle valide alternative per la sua risoluzione, dedicando gli ultimi capitoli del libro alla raccolta differenziata e quindi al successivo riciclaggio, senz'altro oggi i mezzi pi&ugrave; efficaci per lo smaltimento dei rifiuti, consentendone altres&igrave; un opportuno recupero. <br /> Ed infine nella parte conclusiva del libro si additano anche dei modelli significativi di moderno trattamento dei rifiuti, che sicuramente impongono dei cambiamenti epocali di abitudini, come i sistemi di raccolta porta a porta, oppure una drastica riduzione, per esempio ricorrendo alla produzione di materiali rigorosamente riciclabili.<br /> La reazione immediata alla lettura del libro &egrave; sicuramente di sgomento, indignazione e rabbia, ma dopo le opportune riflessioni si fa strada in noi una profonda consapevolezza che ci spinge a diffondere queste scottanti verit&agrave; perch&egrave; tutti ne traggano le opportune conseguenze ed ognuno di noi a seconda del proprio ruolo possa contribuire a superare, o almeno tentare, questa realt&agrave; degradante che assolutamente non fa parte della millenaria storia e cultura di Napoli e della Campania.<br /><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">        Il libro sar&agrave; presentato a Napoli il 29 novembre alle ore 17 presso il teatro dell 'Istituto Collegio Denza a Posillipo, discesa Coroglio n. 9.<br /></span>]]></content>
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		<issued>2006-11-23T19:37:24+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Uno straordinario dipinto del Carnevale napoletano]]></title>
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		<created>2006-11-22T20:38:03+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Al Salone dell&rsquo;antiquariato di Napoli &egrave; esposto un dipinto di Alessandro D&rsquo;Anna che raffigura una festa di<img width="250" vspace="5" hspace="9" border="1" align="right" src="/public/blog/cultura/public/mostra_D_Anna.jpg" alt="" /> Carnevale del 1774 con sfilata di carri a Largo di Palazzo, l&rsquo;attuale piazza del Plebiscito.<br /> La tela, di altissima qualit&agrave;, si affianca ad una simile conservata al museo di San Martino e costituisce un lampante documento visivo di una festa mitica che a Napoli per secoli ha costituito una eccezionale attrazione.<br /> Nel quadro si affollano carri e cavalli bardati diligentemente in fila, uomini impettiti nelle loro uniformi sgargianti, legioni di Pulcinella danzatori, cappelli impiumati in una fantasmagorica gara di eleganza, mentre il pubblico applaude gaudente.<br />Attraverso piccole pennellate pregne di sostanza cromatica l&rsquo;artista ci racconta una delle pi&ugrave; esaltanti feste europee, una manifestazione viva e palpitante della cultura napoletana dell&rsquo;epoca.<br /> La madre di tutte le feste partenopee, dal Carnevale alla Piedigrotta, partiva dal ventre dei quartieri spagnoli e si imperniava sul mitico Carro del Battaglino.<br /> Erano tempi felici, tra i vicoli di Montecalvario non regnava la famiglia Mariano e la zona non era come oggi ridotta a  triste ricettacolo di prostitute e lenoni, extra comunitari e femminielli, tossici e spacciatori, bens&igrave; era la residenza di famiglie nobili e di membri dell&rsquo;illuminata borghesia partenopea.<br /> Affianco alla chiesa di Santa Maria di Montecalvario esisteva una confraternita ed i membri di questo sodalizio erano, a partire dal 1620, gli organizzatori di queste processioni che partivano la sera del sabato santo ed attraverso via Toledo raggiungevano il Palazzo Reale per poi rientrare.<br /> La sfilata, giudicata dai contemporanei la pi&ugrave; bella d&rsquo;Europa, constava di vari carri con le raffigurazioni dei Misteri e di uno sul quale era l&rsquo;Immacolata. Questo carro era il pi&ugrave; celebrato ed al suo allestimento collaboravano artisti famosi come Giacomo Del Po e Gennaro Greco. Esso era ornato da figurazioni bibliche ed allegorie religiose, ma  nel 1684 se ne costru&igrave; uno con l&rsquo;imperatore che schiacciava il turco ed anche nel Settecento se ne fecero altri a carattere politico. Una folla enorme seguiva la processione con il vicer&eacute; in prima fila.<br /> La sua fama percorreva il continente e grandi personaggi accorrevano a Napoli per assistervi. Alcune volte, per permettere a qualche ospite di eccezione della Corte di assistervi, ne venne spostata la data. Celebre l&rsquo;episodio del 1630, quando nella nostra citt&agrave; si trovava l&rsquo;infanta Maria, sorella di Filippo IV, che doveva essere ritratta dall&rsquo;immortale pennello del Velazquez, ospite del Ribera.<br />  Il Carnevale e la stessa  Piedigrotta con la mitica sfilata dei carri erano figlie di questa celebre processione, che dur&ograve; poco meno di due secoli.<br /> A partire dall&rsquo;Ottocento cominci&ograve; a prendere piede la sfrenata festa di Piedigrotta, che raggiunse il culmine negli anni del regno di Lauro. Chi ha i capelli bianchi ricorda quelle memorabili maratone di gioia popolare che duravano quindici giorni. Durante il passaggio per le strade cittadine dei mastodontici carri  era permesso un po&rsquo; di tutto: sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi soggetti, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le et&agrave;, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando in tal modo le angustie quotidiane.<br /> L&rsquo;antico e mai sopito spirito greco della festa, nato tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani.<br /> Bei tempi per chi li ha vissuti, oggi non ci resta che sperare che questo pregevole dipinto, raro documento figurativo dei tempi passati, possa essere acquistato dallo Stato e destinato al museo di San Martino, a rammentare il nostro illustre passato quando Napoli era la capitale di un regno e non della spazzatura.<br /><br /> Achille della Ragione]]></content>
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		<title><![CDATA[Mostra "Egittomania" al Museo Nazionale di Napoli]]></title>
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		<created>2006-11-12T23:21:30+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img alt="" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/egittomania.jpg" align="left" vspace="5" border="1" />Al museo archeologico di Napoli &eacute; in corso fino al 27 febbraio una mostra pregevole per il tentativo di dare una spiegazione al fascino del mistero dell'antico Egitto, responsabile della penetrazione nella nostra terra, per esempio, di una tradizione religiosa che soppiant&ograve; i culti locali.</p>
<p>Il titolo della mostra &egrave; "Egittomania", un nome che vuole evidenziare i momenti di contatto, ma soprattutto, di assimilazione di elementi appartenenti alla millenaria civilt&agrave; subito dopo la conquista dell'Egitto, prima ad opera dei Greci e poi dei Romani.</p>
<p>All'ingresso della mostra c'&egrave; un superbo allestimento di reperti provenienti dall'Iseo di Benevento. Al centro campeggia una statua di Domiziano nelle vesti di un divino faraone. Mentre intorno non meno importanti ci sono divinit&agrave; animali, rappresentazioni di Iside ecc.</p>
<p>Seguendo l'itinerario espositivo al primo piano si possono ammirare monili e scarabei azzurri che provengono da Pithecusae (Ischia) o da Cuma, assieme a vasellame rituale, statuine (ex voto).</p>
<p>Il culto di Iside si diffuse in Campania con l'arrivo nel porto di Pozzuoli di marinai e commercianti alessandrini. La dea, sposa infelice di Osiride e madre di Horus, era il simbolo delle qualit&agrave; femminili per eccellenza, come la fedelt&agrave; e la maternit&agrave;; proteggeva inoltre i naviganti e attraverso i riti misterici assicurava la vita ultraterrena. </p>
<p><img alt="" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/egitto tempio_iside.jpg" align="right" vspace="5" border="1" />Due imponenti statue di Iside a grandezza naturale sono la visibile testimomianza di quanto fosse radicata la religione egiziana. Essa scomparve, pare, solo con l'avvento dell'imperatore Giustiniano.</p>
<p>L'Iseo di Pompei, costruito nel II sec. a.C., &egrave; rappresentato su scala ridotta da un magnifico plastico, mentre i sontuosi affreschi originari, stanziali al museo di Napoli, offrono un panorama di alcune fasi cultuali e dei luoghi deputati alle cerimomie religiose.</p>
<p>Quando nel '700, in seguito agli scavi borbonici, fu scoperto il tempio di Iside e soprattutto dopo la campagna di Napoleone in Egitto, la moda egittizzante prese piede dovunque.</p>
<p>Sono esposte delle raffinate ceramiche da tavola, di epoca borbonica.</p>
<p>Ancora nell'800 notevoli dipinti ad olio esprimono il gusto egiziaco, cos&igrave; come una bellissima scultura del D'Orsi, recante il naoforo di Osiride, vuole ricordare la forte attrazione dell'epoca per la civilt&agrave; nilotica.</p>
<p>Il fascino legato all'antico Egitto &egrave; sempre attuale, anche se ci sono stati dei tempi - e lo scopo della mostra &egrave; questo - in cui esisteva una vera e propria egittomania.</p>
<p>Il passaggio dal mito alla storia, intesa come scienza, avviene grazie alla decifrazione di quella scrittura incomprensibile, misterica, il cui studio nei tempi passati fu abbandonato perch&egrave; troppo difficile. Un francese, Jean-Francois Champollion, nel 1822 fornisce la chiave di lettura dei geroglifici dopo un lavoro certosino durato pi&ugrave; di venti anni, eseguito sulla famosa stele di Rosetta. </p>
<p>Cos&igrave; nasce l'Egittologia.</p>
<p>Il sapere dei sacerdoti di Iside, unici depositari della verit&agrave; e consiglieri dei faraoni, veniva finalmente svelato. </p>
<p>La visita alla mostra potrebbe essere l'occasione per rivedere la sezione egiziana del museo di Napoli, la quale dopo la prestigiosa collezione di Torino &egrave; la pi&ugrave; importante d'Italia. Ricordiamo oltre alla "Dama di Napoli", "Il gruppo scultoreo dei coniugi Paenda e Neshua", "Il monumento funerario di Imeneminet" della collezione Borgia; il "Coperchio di sarcofago" e i "Canopi" di calcare della collezione Picchianti, che comprende anche cinque mummie.</p>
<p>La visita ad Egittomania costituisce la seconda tappa del percorso degli Amici delle chiese napoletane ed avverr&agrave; sabato 25 novembre alle ore 11 con la guida dell’autrice.</p><br />
<p>Elvira Brunetti </p>]]></content>
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		<issued>2006-11-12T23:21:30+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[L&rsquo;ultima regina di Napoli]]></title>
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		<created>2006-11-11T23:49:24+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img alt="" hspace="9" src="/public/blog/cultura/public/mirella.jpg" align="left" vspace="5" />La sua preziosa opera per Napoli ed il suo amore verso la citt&agrave; &egrave; talmente smisurato da porla su di un piedistallo idealmente pi&ugrave; alto di tutti gli altri napoletani da ricordare.<br />La baronessa Barracco, l&rsquo;ultima vera regina di Napoli, negli anni Novanta con l&rsquo;iniziativa, patrocinata dalla sua fondazione Napoli &rsquo;99, di Monumenti Porte Aperte ha fornito alla nostra citt&agrave; uno scossone culturale prodigioso e necessario. Da allora tutti i napoletani, riappropriandosi dei monumenti negati della propria citt&agrave;, hanno riacquistato una &laquo;memoria storica&raquo; del proprio glorioso passato senza la quale una civilt&agrave; &egrave; destinata lentamente a decadere e a scomparire.<br />L&rsquo;eredit&agrave; culturale ed artistica ha sempre rappresentato per la Napoli il motivo pi&ugrave; forte di attrazione turistica e di studio, il suggello pi&ugrave; inconfondibile di una straordinaria dimensione storica.<br />Una citt&agrave; d&rsquo;arte deve per&ograve; essere conosciuta principalmente dai suoi abitanti, i quali devono vivere quei monumenti e quei palazzi storici che conservano intatti i segni vitali della sua storia e della sua civilt&agrave;. L&rsquo;iniziativa, fortemente voluta dalla dottoressa Barracco, ha perseguito questo obiettivo, che &egrave; stato ampiamente realizzato ed in tal modo si sono potute intravedere con chiarezza le grandi possibilit&agrave; di sviluppo che la citt&agrave; di Napoli potr&agrave; avere grazie alla sua cultura, al suo patrimonio storico-artistico ed alla sua straordinaria ricchezza monumentale.<br />Mirella cre&ograve; nel 1984 la sua fondazione Napoli &rsquo;99, data carismatica ispirata alla rivoluzione napoletana, che tra le sue precipue finalit&agrave; aveva la conoscenza della citt&agrave; per una maggiore salvaguardia della stessa e preconizzava l&rsquo;importanza della scuola nella tutela del patrimonio culturale. Il primo convegno che organizz&ograve; la fondazione aveva un titolo emblematico &laquo;Il futuro del passato di Napoli&raquo;.<br />Dopo molteplici iniziative sia culturali che mondane, di cui parleremo pi&ugrave; avanti, la fondazione ha raggiunto il massimo della notoriet&agrave; e della benemerenza da quando &egrave; cominciata l&rsquo;operazione culturale di &laquo;Monumenti Porte Aperte&raquo;. Tale iniziativa rappresent&ograve; un complesso esperimento, per la prima volta tentato in Italia, su ispirazione della famosa giornata &laquo;Portes Ouvertes sur les monuments historiques&raquo; ideata in Francia nel 1984 dal dinamico ministro della Cultura Jack Long. Essa ha usufruito negli anni successivi di uno straordinario successo di pubblico su tutto il territorio nazionale, permettendo a milioni di cittadini di visitare e riscoprire 9000 monumenti pubblici e privati tra cui la Banca di Francia, l&rsquo;Eliseo, il Senato, l&rsquo;Assemblea Nazionale, ma anche stazioni, industrie, music hall ecc.<br />In una recente guida alle piazze ed ai monumenti napoletani si pu&ograve; leggere quanto sia difficile entrare in certe chiese, oratori, o palazzi di notevole interesse; o perch&eacute; sono sempre chiusi, o perch&eacute; il custode &egrave; irreperibile ancorch&eacute; lo si conosca, o perch&eacute; per alcune chiese c&rsquo;&egrave; solo il tempo per una frettolosa messa di mezz&rsquo;ora la domenica, dopodich&eacute; prete e sacrestano se ne vanno per i fatti loro e beato chi li trova. &Egrave; un peccato perch&eacute; si perde la visione di molte opere d&rsquo;arte ed alcune di notevolissimo valore ed interesse. Gli unici che se la possono godere, incontrastati, sono i ragni ed i topi. <br />Napoli per due giorni, come per miracolo diveniva una citt&agrave; accessibile grazie alla partecipazione ed alla collaborazione di tutte le istituzioni che aprivano le porte ad oltre 200 monumenti, la met&agrave; dei quali normalmente non visitabili per restauri, per abbandono o per mancanza di custodia.<br />La prima edizione vede oltre 100.000 cittadini varcare le porte finalmente aperte di monumenti chiuse da decenni.<br />La partecipazione dei cittadini &egrave; entusiastica e molti rinvengono per la prima volta nelle testimonianze di storia e d&rsquo;arte della citt&agrave; i segni sicuri della propria identit&agrave; culturale.<br />Vengono ripercorsi itinerari tradizionalmente poco noti o riservati a studiosi d&rsquo;arte o a rari turisti stranieri.<br />Le strade del centro di Napoli con i suoi decumani ed i suoi cardini antichissimi si popolano come per incanto di strani personaggi, mischiati alla plebe che normalmente anima i vicoli: signore elegantissime e profumate e signori in giacca e cravatta che sfogliano avidamente libri di arte, oltre all&rsquo;immancabile e preziosissima guida stampata ad ogni edizione dal benemerito &laquo;Il Mattino&raquo; patrocinatore dell&rsquo;iniziativa. Nelle edizioni successive &egrave; l&rsquo;intera cittadinanza, con punte di 1.000.000 di visitatori nel 1994 a partecipare in massa ad un evento la cui rilevanza non &egrave; solo culturale, ma impronta fortemente anche aspetti civili e sociali del centro storico napoletano.<br />Le conseguenze di un tale successo di pubblico hanno portato alla riapertura di oltre 50 chiese napoletane, alcune di grande importanza, le quali normalmente chiuse hanno riaperto i battenti con del personale formato e qualificato a tale scopo.<br />Le varie edizioni di &laquo;Monumenti Porte Aperte&raquo; oltre a promuovere l&rsquo;amore e la conoscenza della citt&agrave; con i suoi spazi monumentali hanno anche suggerito alle istituzioni un&rsquo;ipotesi di grande attualit&agrave; sociale, cio&egrave; la possibilit&agrave; che un patrimonio artistico cos&igrave; inesauribile possa costituire una risorsa economica di valore inestimabile e possa trasformarsi nel volano di un moderno progetto turistico, che cambi il volto ed il futuro della citt&agrave;.<br />A tale scopo alcune edizioni avevano previsto, a fianco degli itinerari monumentali, la possibilit&agrave; di visitare gli ateliers degli artisti (pittori, scultori, fotografi ecc.) e le botteghe degli artigiani, che con il loro lavoro rappresentano una componente fondamentale della produzione culturale. Una volta emersa la citt&agrave; d&rsquo;arte &egrave; necessario far emergere una realt&agrave; culturale ancora pi&ugrave; sommersa di quella monumentale: l&rsquo;artigianato artistico che, se opportunamente incoraggiato, tanto fiato potrebbe fornire alla dissestata economia napoletana.<br />Una fetta importante della tradizione artistica napoletana &egrave; legata alle botteghe degli artigiani, alle loro creazioni spesso uniche ed originali. Essi rappresentano il cuore di una tradizione con i suoi segreti che si tramandano di generazione in generazione.<br />Napoli &egrave; ricca di laboratori con gloriose tradizioni culturali: dal mitico ospedale delle bambole di via San Biagio dei Librai alle tante botteghe di corniciai, librai, tappezzieri, rilegatori, tipografi e creatori di pastori e di presepi, tutti testimoni di attivit&agrave; plurisecolari.<br />Dopo essere stata una manifestazione prevalentemente dei napoletani nelle ultime edizioni si &egrave; visto che una grossa fetta di coloro che affollano chiese e palazzi, biblioteche e musei proviene dall&rsquo;immenso hinterland cittadino. Persone civilissime che si accostano alle opere d&rsquo;arte con avidit&agrave; di conoscere e con rispetto reverenziale, segno evidente che la diseredata periferia non &egrave; una terra popolata da diavoli, come raccontano alcuni viaggiatori del Settecento, parlando della plebe napoletana, bens&igrave; da gente che sente il bisogno di accostarsi alle &laquo;meraviglie&raquo; della capitale. Napoli ritorna dunque ad essere capitale nel senso proprio che nel passato le era riconosciuta dai &laquo;regnicoli&raquo;, come somma dei valori di arte e di storia di cui essa &egrave; pregia. <br />Queste grandiose manifestazioni hanno permesso sull&rsquo;onda del loro successo il restauro di molti monumenti d&rsquo;arte ma &egrave; auspicabile che a ci&ograve; venga affiancato il recupero del piccolo edificio adiacente spesso <span style="FONT-STYLE: italic">sgarrupato</span>. Ci&ograve; permetterebbe di migliorare la vivibilit&agrave; del centro storico che a Napoli, citt&agrave; fittamente abitata da secoli, ha una delle maggiori estensioni del mondo.<br />Il turismo e con esso l&rsquo;economia cittadina potrebbe avere un enorme impulso.<br />Venezia ha soltanto 70 mila residenti e di essa si occupa il mondo intero, Napoli nella sua area pi&ugrave; antica ospita oltre 500.000 abitanti, in gran parte giovani che possono costituire una molla energica per la ripresa dell&rsquo;economia cittadina. Napoli pu&ograve; farcela a risorgere e le folle entusiaste che l&rsquo;hanno percorsa in lungo ed in largo lo dimostrano.<br />Dopo aver conosciuto la sua opera pi&ugrave; importante cercheremo ora di conoscere un po&rsquo; pi&ugrave; da vicino questo personaggio cos&igrave; vulcanico ed affascinante.<br />Mirella Stampa nasce a Napoli nel 1942 in una famiglia della buona borghesia napoletana e dimostra sin dagli anni del liceo dei notevoli interessi intellettuali.<br />Raccogliendo le confidenze di chi a Napoli la conosce dai tempi in cui frequentava il &laquo;Suor Orsola Benincasa&raquo; si ha l&rsquo;immagine di una ragazza riservata e presa pi&ugrave; dalla partecipazione a conferenze e dibattiti che dalle feste da ballo, sempre attenta alle tematiche sociali che si dibattevano ai suoi tempi, senza mai accedere o travalicare nel femminismo allora tanto di moda. Il suo abbigliamento privilegiava le gonne a pieghe ed i mocassini a tacco basso, pi&ugrave; che gli abiti all&rsquo;ultima moda.<br />Una grossa ammirazione verso le figure di quelle donne che con il loro impegno culturale avevano profondamente inciso sulla nuova identit&agrave; femminile nella societ&agrave; e una predilezione particolare per Virginia Woolf, argomento della sua tesi di laurea in letteratura inglese, seguita da una raccolta di saggi sullo <span style="FONT-STYLE: italic">stream of consciousness</span> pubblicata dall&rsquo;editore Liquori.<br />Dopo la laurea, specializzatasi in inglese, Mirella ha insegnato per vari anni presso l&rsquo;Universit&agrave; di Reading in Inghilterra e poi presso il City College dell&rsquo;Universit&agrave; di New York. Tornata a Napoli ha insegnato per vari anni nella scuola prima di divenire ricercatrice presso la facolt&agrave; di lettere dell&rsquo;Universit&agrave;.<br />Nel 1970 il matrimonio con Maurizio Barracco, rampollo di una delle pi&ugrave; famose e ricche famiglie napoletane; la festa nuziale a Villa Emma a Posillipo fu da favola e a Napoli ne parlano ancora.<br />Gli impegni familiari, aumentati con la nascita di due figlie, che ogni mattina la baronessa accompagnava personalmente a scuola, l&rsquo;organizzazione di una dimora sterminata come Villa Emma, pur con l&rsquo;aiuto di una efficiente servit&ugrave;, aggiunti agli impegni universitari che avrebbero soddisfatto ampiamente qualsiasi donna, ma non la terribile Mirella, che, vuole fare sempre qualcosa di pi&ugrave;, confrontarsi con orizzonti pi&ugrave; ampi e soprattutto fare qualcosa di tangibile per migliorare il futuro di Napoli.<br />Sa di avere dinanzi un compito estremamente arduo, ma &egrave; sicura di riuscire nell&rsquo;impresa anche se con pochi mezzi a disposizione. Si definisce un &laquo;boy-scout col temperino che si caccia in testa l&rsquo;idea di dissodare la foresta vergine che &egrave; Napoli&raquo;; foresta vergine come chiam&ograve; La Capria nel suo libro &laquo;Ferito a morte&raquo;.<br />Napoli &rsquo;99 nasce nel 1984 come fondazione con capitale privato, riconosciuta dal Presidente della Repubblica, e riesce a vivere ed a sviluppare le sue lodevoli iniziative grazie all&rsquo;aiuto di amici sostenitori, personaggi importanti dell&rsquo;economia e della cultura.<br />Per i progetti speciali la Fondazione si attiva per trovare finanziamenti tra gli sponsor privati, quasi sempre grossi enti, banche o aziende a partecipazione statale ed in tal modo risveglia energie e risorse economiche sui beni culturali cos&igrave; densamente presenti a Napoli.<br />Le prime iniziative tangibili, oltre all&rsquo;organizzazione di convegni e dibattiti sul &laquo;caso Napoli&raquo; sono il restauro del grande plastico di Pompei, quello del Toro Farnese a cui segue dopo poco il recupero di tutta la collezione Farnese, fino all&rsquo;importante restauro del superbo Arco di Trionfo sito all&rsquo;ingresso del Maschio Angioino e simboleggiante il trionfo e la sovranit&agrave; di Alfonso di Aragona sulla citt&agrave; di Napoli.<br />Questo Arco aveva subito l&rsquo;affronto di una mano folle che con della vernice lo aveva deturpato. Un gesto disperato da parte di un disgraziato che oltre alla ragione aveva smarrito completamente la memoria storica della sua citt&agrave; e delle sue tradizioni culturali imbrattando con la sua disperazione un documento eccezionale in cui si sviluppano varie influenze culturali da quella fiammingo-borgognona a quella iberico-dalmata, a quella toscana culminando in una testimonianza storico-artistico di carattere prettamente mediterraneo di altissimo livello.<br />Napoli &rsquo;99 ha avuto come membri del suo comitato scientifico nomi di prestigio internazionale da Fernand Braudel a Jacques Le Goff; da Francis Haskell, a Gore Vidal, da Denis Mack Smith a Percj Allum. Tra i soci promotori personaggi come Anna Maria Cicogna e Barbara Berlingieri, Marella Agnelli e Bona Borromeo. Tra i finanziatori sponsor del calibro di Orazio Bagnasco, Cesare Romiti e Mario Valentino, oltre ad un numero imprecisato di amici sostenitori della fondazione.<br />Ed a tenere le fila di questa complessa organizzazione l&rsquo;ultima regina di Napoli, Mirella &laquo;la terribile&raquo;, instancabile nel passare con grande disinvoltura da una conversazione mondana con uno storico degli &laquo;Annales&raquo; ad un incontro con un finanziere.<br />La nascita di Napoli &rsquo;99 oltre a costituire un evento di fondamentale importanza sotto il profilo culturale &egrave; stata anche l&rsquo;occasione per un eccezionale avvenimento mondano che ha avuto come cornice la splendida Villa in cui Mirella vive con il marito Maurizio.<br />Ed &egrave; opportuno e doveroso spendere ora qualche parola per parlare del barone Barracco consorte di Mirella che &egrave; stato sempre vicino alla moglie in tutte le sue iniziative e l&rsquo;ha sostenuta col prestigio del suo nome che rappresenta un passaporto-passpartout per accedere a qualunque personaggio di statura internazionale. <br />Maurizio nasce a Napoli nel 1943 dal padre Alfonso detto &laquo;Fof&ograve;&raquo;, brillante uomo di mondo e viaggiatore instancabile e da Gabj Robilant conosciuta a Parigi, donna bella e ricchissima intima di Coco Chanel e di tanti altri personaggi del jet set internazionale. La sua vita trascorre densa di impegni tra feste mondane e anni di studio molto intenso. Consegue tre lauree, tra cui il prestigioso &laquo;Master in business administration&raquo; a New York nel 1970. Una carriera rapidissima e a 27 anni &egrave; gi&agrave; amministratore delegato della &laquo;Veedal lubrificanti&raquo; una ditta dell&rsquo;impero di Paul Gettj di cui &egrave; amico oltre che vicino di casa, quando il grande vecchio prende alloggio nella sua mitica villa sull&rsquo;isolotto della Gaiola a Posillipo.<br />Dal 1984 Maurizio, industriale, manager e presidente della SAEL ditta leader che si interessa di gomma e ceramica, &egrave; uno dei 7 consiglieri di amministrazione dell&rsquo;Editoriale Corriere della Sera e siede anche nella stanza dei bottoni della sede napoletana della Banca d&rsquo;Italia, presiede inoltre l&rsquo;Arin, una rogna pi&ugrave; che un&rsquo;onorificenza.<br />Maurizio &egrave; l&rsquo;ultimo erede di una prestigiosa famiglia che nei primi decenni dell&rsquo;Ottocento possedeva un territorio sterminato che scendeva dalle montagne della Sila fino al mare. Oltre 30.000 ettari, il pi&ugrave; esteso latifondo d&rsquo;Italia. Terreni a grano, a pascolo, a bosco, a frutteto oltre a vigneti ed aranceti a perdita d&rsquo;occhio. Una regione intera con villaggi, laghi e castelli e con degli allevamenti di bestiame che potevano pascolare per tutto l&rsquo;anno sempre e solo sulle terre di propriet&agrave; della famiglia. I Barracco si schierarono con Garibaldi dopo avere vissuto a lungo nell&rsquo;orbita dei Borbone.<br />Numerosi nella famiglia furono i personaggi importanti: deputati, senatori, vescovi, studiosi.<br />Un suo antenato Giovanni &egrave; il primo grande mecenate della famiglia; appassionato di archeologia raccoglie negli anni una grande collezione di reperti delle civilt&agrave; orientali, egizi, sumeri, assiri e babilonesi, ed alla fine dona tutto alla citt&agrave; di Roma incluso il palazzo dove abitava e ci&ograve; costituisce oggi il museo Barracco situato vicino a Piazza Navona.<br />Maurizio vive a Posillipo a Villa Emma, detta Villa delle Cannonate perch&eacute; fu scambiata per un fortilizio nemico dalle navi spagnole che cannoneggiavano la citt&agrave;. La dimora settecentesca, confina con Villa Rosbery, residenza napoletana del Presidente della Repubblica ed &egrave; arroccata a picco sul mare di fronte all&rsquo;isola di Capri, isolata dalla citt&agrave; da un immenso parco di pini, oleandri, gigantesche piante di ibiscus in fiore e delicati esemplari di peonie rosse dal profumo tenue ed indimenticabile.<br />Al primo piano una serie di saloni con centinaia di quadri alle pareti, porcellane preziose e mobili d&rsquo;epoca; al secondo piano le camere da letto.<br />Nella cornice di questa splendida villa nasce come evento mondano Napoli &rsquo;99 con una festa principesca che raccoglie i fuochi d&rsquo;artificio dell&rsquo;alta societ&agrave; ed i toni seri degli studiosi chiamati a raccolta per la nascita di una Fondazione che rappresenta un atto di amore per la splendida citt&agrave; del golfo e del Vesuvio, ridotta a pezzi dalle amministrazioni comunali e dallo sfruttamento di tutte le risorse umane e naturali.<br />&laquo;Erano secoli che non si vedeva tanta bella gente a Napoli&raquo; mormorano in coro gli esperti di mondanit&agrave;. &laquo;Riviviamo i tempi favolosi in cui Capri agli inizi degli anni Sessanta era la regina incontrastata del jet set internazionale&raquo;.<br />Quattrocento invitati partecipano alla grande festa che i Barracco danno nella loro stupenda villa di Posillipo con tutto il mare del golfo ai suoi piedi, per tenere a battesimo la neonata Fondazione.<br />Le pi&ugrave; blasonate famiglie del nord quali i Cicogna, i Volpe di Misurata, i Valeri Manera si incontrano con le pi&ugrave; famose di Napoli e del meridione, quali i Serra di Cassano, i Leonetti, i Del Balzo di Presenzano, i Pignatelli, i Capece Minutolo ed i Caracciolo. I grossi magnati dell&rsquo;industria e della finanza quali i Bagnasco, i Nesi, i Romiti entrano a confronto col fior fiore degli intellettuali di tutta Europa da Jaques Le Goff a Ignacio Matt&egrave; Blanco, da George Vallet a Maurice Ajnard.<br />A ricevere ed intrattenere il fior fiore della &laquo;intellighenzia&raquo; straniera &egrave; presente una pattuglia comprendente tutti i pi&ugrave; bei nomi della cultura italiana: da Giulio Carlo Argan a Salvatore Accardo, da Cesare Brandi a Domenico de Masi, da Luigi Nono a Renzo Piano, da Roberto De Simone a Luigi Firpo, da Maurizio Scaparro a Vittorio Gregotti.<br />Tutti assieme ad ipotizzare degli scenari di risanamento per la realt&agrave; napoletana che in passato fu faro del pensiero umano da Gian Battista Vico a Benedetto Croce.<br />Misteriosamente la baronessa, instancabile, da alcuni anni si &egrave; fermata e la sua iniziativa, continuata dalle istituzioni, ha perso anno dopo anno smalto ed incisivit&agrave;.<br />Le sue benemerenze acquisite con ci&ograve; che ha fatto per Napoli la renderebbero in ogni caso degna di essere ricordata a lungo con affetto e gratitudine da tutti i napoletani; ma Mirella, ne siamo sicuri, nel pieno della maturit&agrave; e delle forze riserva ancora chi sa quali sorprese per tutti noi.<br />Tutti i napoletani onesti e desiderosi di cambiare il destino della citt&agrave;, rompendo definitivamente col passato, sono rimasti rammaricati di questa sua decisione e sperano che in futuro ci siano dei ripensamenti, soprattutto oggi che, di fronte alla sfida nordista, Napoli deve dare fondo a tutte le sue energie per costruire un nuovo futuro memore dei fasti del passato.<br /><br />Achille della Ragione]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=12"/>
		<issued>2006-11-11T23:49:24+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Campi Flegrei tra mito e realta']]></title>
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		<created>2006-11-04T22:54:27+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<font size="3" style="font-weight: bold;"><font size="2"><img hspace="9" border="1" align="left" alt="" src="/public/blog/cultura/public/mostracampiflegrei.jpg" />Napoli - dal 27 ottobre 2006 al 30 gennaio 2007 Campi Flegrei: tra mito e realta'.</font><br /></font><font size="2"><br />Saranno esposte circa cento opere, provenienti da musei italiani ed europei e da collezioni private: dipinti, acquerelli, disegni, gouaches e, anche, preziosi esemplari cartografici, dal XVI al XIX secolo.<br /><span style="font-weight: bold;"><br />prezzo biglietti:</span> Intero: 7,00 Euro Ridotto: 3,50 Euro Ridotto Gruppi: 5,00 Euro (min. 20 persone - max 30 persone) + 25,00 Euro di prenotazione obbligatoria<br /><span style="font-weight: bold;">vernissage:</span> 27 ottobre 2006.<br /><span style="font-weight: bold;">editore:</span> ELECTA NAPOLI<br /><span style="font-weight: bold;">ufficio stampa:</span> CIVITA<br /><span style="font-weight: bold;">autori:</span> Philipp Hackert, Joseph Vernet, Jacques Volaire, Michael Wutky<br /><span style="font-weight: bold;">telefono evento:</span> 848800288<br /><span style="font-weight: bold;">genere:</span> arte antica, collettiva, arte moderna</font>]]></content>
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		<issued>2006-11-04T22:54:27+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Mostra su Tamara de Lempicka]]></title>
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		<created>2006-10-21T11:31:12+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Presso il Palazzo Reale di Milano si sta svolgendo una delle pi&ugrave; interessanti mostre dell’anno su di una artista Tamara Gorska, in arte de Lempicka, dal cognome del primo marito, polacca,  che fu donna famosa per la sua vita mondana, oltre che per l’abilit&agrave; del suo pennello.  <img width="200" vspace="10" hspace="10" height="305" border="1" align="right" src="/public/blog/cultura/public/tamara172.jpg" alt="" /> Fu conosciuta per la sua eccentricit&agrave; portata agli estremi e per il mirabile connubio di bellezza e perversione.<br />Durante la rivoluzione d’ottobre si trasfer&igrave; col marito a Parigi dove visse una vita ribelle e dispendiosa, tra lussi e legami affettivi disinibiti sia maschili che femminili.<br />Si dedic&ograve; alla pittura sotto la guida di Maurice Denis ed am&ograve; l’uso di colori brillanti e caldi dopo aver praticato il disegno con un tocco raffinato ed elegante. Da Andr&egrave; Lothe, un originale cubista, deriv&ograve; il gusto per la scomposizione dei volumi.  Ritrasse personaggi dell’alta societ&agrave; in ambienti lussuosi e tra questi lei stessa in un celebre autoritratto, che fece da copertina alla pi&ugrave; diffusa rivista tedesca, mentre &egrave; al volante di un’automobile da sogno, una Bugatti verde, bella, fascinosa, ricca ed annoiata, dallo sguardo assente ed impenetrabile.<br />Nel 1927 fu invitata al Vittoriale da D’Annunzio, il quale, celeberrimo conquistatore di donne fatali, con la scusa di chiederle un ritratto, mise il moto tutto il suo fascino, ma, a quel che raccontano le cronache, senza successo, anzi la fanciulla, ventenne descrisse il vate, sessantenne, come un nano vestito da soldato, affetto da pestifera alitosi e probabilmente da ingravescente sifilide.<br />Nel 1934 si rispos&ograve;, divenendo baronessa, e continu&ograve; la sua vita mondana nell’alta societ&agrave;, ammirata per il suo fascino e per la sua bellezza sfolgorante. Si trasfer&igrave; poi in America e cambi&ograve; il suo stile, eseguendo quadri astratti ed utilizzando una tecnica a colpi di spatola, senza per&ograve; incontrare consenso nella critica.<br />Mor&igrave; pi&ugrave; che ottantenne e per sua volont&agrave;  le sue ceneri vennero disperse dalla figlia Kizette sulla vetta del vulcano Popocatepetl, disperdendo al vento in mille luoghi la sua inesausta vitalit&agrave;, che per anni aveva dimorato nel suo splendido corpo.<br />Nel dipinto Ritmo (fig.1), eseguito nel 1925 ed esposto subito a Milano e l’anno successivo a Parigi al Salon des Independants, appaiono tutti gli elementi che caratterizzano lo stile di Tamara, dall’influsso di Lhote a quello fondamentale di Ingres, oltre alla conoscenza  dei manieristi italiani, in primis il Pontormo e di alcuni pittori coevi, tra cui Casorati, autore del Concerto (fig.2), conservato presso la sede Rai di Torino, un quadro da cui deriva tangibilmente quello della Lempicka.<br />Le donne che affollano il dipinto, nelle loro smaglianti nudit&agrave;, fremono di una vitalit&agrave; inebriante, da protagoniste di un anticonformismo femminile che osa esprimersi in maniera sfacciata, con pose ardite ed inconsapevoli del volume e del peso dei propri corpi. Sono donne che vogliono esprimere in tutti i sensi la loro eccentrica sensualit&agrave;, sfiorando, con la vistosa muscolatura, quella sottile ambigiut&agrave; che le rende ancora pi&ugrave; affascinanti e misteriose. Sono donne che osano spogliarsi completamente, senza pudore e senza compromessi, n&eacute; inutili moralismi, fiere dei loro enormi corpi modellati che assurgono a prototipo di una moderna femminilit&agrave;.<br />I seni sono spavaldi e rappresentano le frecce della loro stupenda giovinezza, che le rende simili alle irragiungibili stelle di Hollywood.<br />Essi intonano un soave concerto ed ogni seno presenta una particolare vibrazione musicale che fuoriesce dal capezzolo, alcuni producono un suono delizioso e frivolo, altri danno luogo ad inflessioni acute e dissonanti, i pi&ugrave; ampi le note alte, i pi&ugrave; piccoli le note basse. Cercano disperatamente un abile direttore d’orchestra che, titillandoli dolcemente, ne sappia trarre una straziante melodia della carne, in un fantastico proscenio attraversato da sapienti sfumature di luci ed ombre.<br />Nel 1941 Tamara esegue Donna nel palco (fig.3), oggi in collezione privata a Berlino, una tela nella quale la perfezione tecnica si coniuga felicemente alla luminosit&agrave; cromatica. I seni della giovane ed elegante signora sono celati quel tanto che basta ad eccitare il desiderio di scoperta degli uomini, i pi&ugrave; grandi estimatori di un prodotto che non conosce crisi n&eacute; saturazioni. Una prima all’Opera &egrave; un’occasione preziosa per signore e signorine, per mostrare sul mercato il pi&ugrave; appetibile degli attributi femminili.<br />Che profusione, che quantit&agrave;, che ostentazione; tagli birichini e scollature abissali, sembra una gara per esibire allegramente il frutto proibito, pronto ad essere addentato e gustato. I seni che svettano orgogliosi nei palchi sono alteri e pomposi e quando sono molto affascinanti producono una strana vertigine negli uomini e qualcuno tra i pi&ugrave; sensibili ed incauti &egrave; addirittura precipitato in platea, fracassandosi la testa. Giovani ed attempate li espongono con disinvoltura, producendo maldicenze e pettegolezzi infiniti: “La marchesa Tizio veniva incontro a tutti con una scollatura profonda, che evidenziava in maniera  spettacolare le sue tette; la contessina Sempronio non era attenta allo spettacolo ed era unicamente impegnata ad offrirli a destra ed a sinistra; la manager Pinco li ostentava con pi&ugrave; impudicizia della pi&ugrave; lasciva delle meretrici ed infine la baronessa Pallino li esibiva sul vassoio del suo cors&egrave; e trascinava nel bacia mano gli uomini cerimoniosi ad un contatto ravvicinato nella profondit&agrave; della sua scollatura”.<br />Oltre sessanta dipinti arricchiscono la rassegna su Tamara, una donna fatale in anticipo di decenni sui suoi tempi, prototipo ed immarcescibile vessillifera dell’emancipazione femminile.
<p> </p>
<hr />
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<p><font size="3"><font color="#993300"><strong>Galleria fotografica</strong></font></font></p>
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<table width="411" height="116" cellspacing="5" cellpadding="5" border="0" align="center">
    <caption></caption>
    <tbody>
        <tr>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/tamara170.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Fig. 1</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/tamara171-casorati.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Fig. 2</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/tamara172.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Fig. 3</font></strong></p>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</p>
<hr />
<p> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=10"/>
		<issued>2006-10-21T11:31:12+01:00</issued>
		<modified>2006-10-21T11:31:12+01:00</modified>
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		<title><![CDATA[Scì ... scì ... piazza dei Martiri - Il salotto buono della città]]></title>
		<id>http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=9</id>
		<created>2006-09-28T21:44:27+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Sc&igrave; ... sc&igrave; ... piazza dei Martiri recitava il ritornello della famosa canzone scritta da Fulvio Rendine negli anni Cinquanta e portata al successo dalle indimenticabili voci di due &laquo;ragazzi&raquo;: Aurelio Fierro e Roberto Murolo; <img width="300" vspace="10" hspace="10" height="196" border="1" align="left" src="/public/blog/cultura/public/00martiri0.jpg" alt="" />a lungo incontrastato regno dei gag&agrave; partenopei, oggi territorio preferito da supergriffati e borchiate, rappresenta ancora, nonostante il degrado generalizzato, il salotto buono della citt&agrave;, dove pulsano boutique e negozi delle pi&ugrave; famose maison del mondo e dove passeggiare &egrave; un rito con regole e consuetudini da iniziati.<br />Via Chiaia, piazza dei Martiri, via Calabritto, piazza Vittoria costituiscono un percorso caro allo struscio ed alle &laquo;vasche&raquo; degli antichi nobili napoletani, che in materia di savoir vivre non hanno avuto chi li superasse.<br />Nel cuore del salotto si giunge da piazza Trieste e Trento lungo via Chiaia, ricca di negozi importanti e di palazzi nobiliari.Questa breve quanto elegante strada ha origini antichissime, derivando il nome da &laquo;chiaja&raquo;, ferita o spaccatura ed il suo tracciato da un canalone naturale scavato dalle acque che scorrevano tra la collinetta di Pizzofalcone, sede di un&rsquo;antica acropoli e la dirimpettaia collinetta delle Mortelle, per lungo tempo straripante di giardini lussureggianti.<br />All&rsquo;epoca di don Pedro da Toledo, dove oggi &egrave; il caff&egrave; Gambrinus, da sempre luogo di incontro di letterati e musicisti, fu posta una delle porte che chiudevano la cinta muraria cittadina: &laquo;Porta pietruccia&raquo;, che vantava uno dei sette affreschi che Mattia Preti dipinse come ringraziamento per la fine della peste, che impervers&ograve; nel 1656, dimezzando in pochi mesi la popolazione napoletana.<br />Nel centro della strada sorge il ponte di Chiaia costituito da due robuste arcate di pietre e mattoni alla cui sommit&agrave; troneggia una lapide, che il popolo volle erigere in ringraziamento al re Filippo di Spagna per aver egli facilitato il tragitto tra le due collinette prima ricordate. Fino al 1861 era effiggiato uno stemma borbonico, sostituito, dopo la vittoria dei &laquo;nordisti&raquo;, da quello dei Savoia.<br />Dopo il ponte sorge il Sannazzaro, piccolo ma delizioso teatro che ben si merit&ograve; l&rsquo;appellattivo di bomboniera. Prima di divenire il regno incontrastato di Luisa Conte e della sua esilarante compagnia, esso vide in azione il leggendario Eduardo Scarpetta ed in anni successivi i fratelli De Filippo, che profusero generosamente i tesori della loro arte cos&igrave; connaturata allo spirito ed al carattere delle nostre genti.<br />Poco pi&ugrave; avanti il palazzo Cellammare, pur ridotto negli anni nelle dimensioni, signoreggia dall&rsquo;alto i resti di quello che fu il Metropolitan, un cinema caro alla memoria di generazioni di napoletani, che oggi versa in un deplorevole abbandono. Il palazzo Cellammare costruito ai primi del &rsquo;500, come dimora estiva di don Giovanni Francesco Carafa, ha ospitato gloriosi cenacoli letterari ed i suoi saloni furono affrescati in pieno Settecento dai pi&ugrave; famosi pittori del tempo da Giacomo del Po a Giacinto Diano, da Fedele Fischetti a Pietro Bardellino. Sede anche di una ricca pinacoteca quando fu abitato dal principe di Francavilla, possiede ancor oggi alle sue spalle, miracolosamente intatti, degli splendidi giardini, oasi di pace e tranquillit&agrave; per pochi fortunati non toccati dalla devastante colata di cemento, che ha cambiato il volto della nostra Napoli.<br />Via Chiaia sfocia infine nel largo Santa Caterina, che prende il nome da una chiesa del Seicento, unanimemente riconosciuta come la pi&ugrave; aristocratica della citt&agrave;.<br />A piazza dei Martiri vi &egrave; uno dei locali pi&ugrave; &agrave; la page del centro: &laquo;la Caffetteria&raquo;, galeotto luogo di incontri pi&ugrave; o meno ravvicinati tra giovani e meno giovani, dove possono gustarsi le specialit&agrave; pi&ugrave; raffinate della pasticceria nostrana.<br />Il nome della piazza deriva dal monumento ai martiri per la libert&agrave; che fu eretto nel secolo scorso. I quattro caratteristici leoni alla base della colonna, frutto del lavoro di altrettanti scultori, vogliono ricordare episodi gloriosi della nostra storia legati ad eventi rivoluzionari: il leone morente la rivolta del 1799, il leone ferito che si volge indietro a mordere la spada quella del 1820, il leone indomito la rivolta del 1848, quello inferocito gli eventi del 1860.<br />Sulla piazza si affacciano importanti palazzi tra cui il pi&ugrave; antico fu acquistato ai primi del Settecento da Baldassarre di Partanna, da cui prese il nome che conserva anche oggi, marito della bellissima Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, che lo cornificava con il giovane re Ferdinando IV, di cui divenne in seguito moglie morganatica, dopo che il marito tolse il fastidio morendo. La duchessa come &egrave; noto amava ricevere qualche regalino dai suoi amanti; la Floridiana al Vomero con la vicina villa Lucia furono per l&rsquo;appunto l&rsquo;oggetto di uno di questi presenti, che il re elarg&igrave; alla sua bella per ringraziarla delle sue arti maliarde. Breve ma elegantissima via Calabritto prende il nome dalla famiglia omonima proprietaria del fastoso palazzo ad angolo; essa conduce a piazza Vittoria che ci rammenta il pi&ugrave; grande successo delle armi cristiane sugli infedeli: la battaglia navale di Lepanto combattuta nel 1571.<br />Nella piazza, dedicata a Santa Maria della Vittoria, fu fatto costruire a perenne ricordo del grande evento un tempio da don Giovanna d&rsquo;Austria, figlia del capitano vincitore dei turchi. In epoca successiva una turgida colonna, proveniente dai reperti archeologici di epoca romana scavati in via Anticaglia fu posta su di un basamento ottocentesco e funge da monumento a ricordo di tutti i caduti del mare, e mai collocazione fu pi&ugrave; felice di questa, in prossimit&agrave; e quasi baciata dalle rassicuranti onde del Tirreno.<br />Fino ad alcuni decenni fa nella piazza si trovava un celebre ritrovo che fu ribattezzato dai suoi soci &laquo;il Caffettuccio&raquo;, nel quale si riuniva la jeunesse dor&eacute;e dell&rsquo;epoca, una sorta di &laquo;Caff&egrave; Greco&raquo; napoletano che rivaleggi&ograve; a lungo col pi&ugrave; celebre &laquo;Gambrinus&raquo;, il quale all&rsquo;epoca occupava una superficie molte volte pi&ugrave; ampia dell&rsquo;attuale.<br />A piazza Vittoria ha sede uno di quei negozi grazie ai quali il nome di Napoli fa pi&ugrave; volte il giro del mondo: la &laquo;bottega&raquo; di Marinella, creatore delle originalissime cravatte ricercate dai potenti della terra da Clinton ad Eltsin, da Agnelli a Berlusconi. Un&rsquo;altra interessante attivit&agrave; di artigianato tradizionale &egrave; rappresentata dalla bottega &laquo;Penelope&raquo; nascosta all&rsquo;interno del cortile di palazzo de Majo, che si affaccia su piazza Vittoria contraddistinto dal numero civico 6. Qui la signora Dora Formicola, coadiuvata dalla figlia Mariella, propone la riscoperta di antichi tessuti ricamati, sia nel loro originario splendore ed uso, sia come brani inseriti in moderne ed intelligenti realizzazioni di sartoria per l&rsquo;arredo ed in queste ultime elaborazioni traspare chiaramente anche il genio del marito Angelo noto ed affermato scultore.</p>
<p><br />Per gli amanti dell&rsquo;antiquariato e soprattutto per i raffinati collezionisti di pittura napoletana un&rsquo;attenta visita a Napoli Nobilissima &egrave; improcastinabile. Non parliamo certamente dell&rsquo;autorevole rivista fondata da Benedetto Croce, bens&igrave; dell&rsquo;accorsato negozio che Vincenzo Porcini gestisce con rara competenza da molti anni coadiuvato dai due figlioli Dario ed Ivana, che si sono affacciati al mondo mercantile soltanto al termine di adeguati studi universitari. In particolare la signorina Ivana cura il settore delle gouaches e delle stampe.<br />Il secolo d&rsquo;oro della pittura napoletana: il Seicento, &egrave; rappresentato da molte opere nelle vetrine e nelle eleganti sale della galleria Napoli Nobilissima. &Egrave; facile poter ammirare opere di artisti sommi, che hanno fatto la gloria delle nostre arti figurative da Battistello a Stanzione, da Preti a Giordano, da Solimena a tanti altri autori pi&ugrave; o meno conosciuti. <br />I prezzi sono pi&ugrave; che abbordabili, tenendo conto della qualit&agrave; e della rarit&agrave; delle opere proposte, tra le quali abbiamo scelto un gruppo di vere e proprie chicche da intenditore che illustriamo brevemente.<br />Un'imponente ribalta napoletana lastronata in ebano rosa e viola collocabile a met&agrave; del Settecento.<br />Un gruppo pastorale rarissimo rappresentante la regina negra in portantina che seguiva i re Magi, citata in molti testi antichi e ricordata anche da Roberto de Simone. L&rsquo;autore della composizione &egrave; Lorenzo Mosca, militare borbonico che divorato da una grande passione divenne scultore di figure presepiali, realizzando superbi esemplari. A tale proposito vogliamo sottolineare che l&rsquo;attivit&agrave; del signor Porcini nel settore presepiale ha una lunga e notissima tradizione.<br />Un ritratto di re Carlo III ed un altro con il volto del famigerato Ferdinando IV da giovane, prima ricordato per le sue imprese...<br />Queste due tele, in grado di nobilitare le pareti di qualsiasi salotto costituiscono il capolavoro del Liani, pittore specializzato nei suoi ritratti a cogliere il carattere della persona raffigurata, che spesso egli sottoponeva ad una preventiva severa introspezione psicologica.<br />Una spettacolare natura morta, tutta giocata su colori scuri e freddi, frutto del prezioso pennello di Adriaen Van Utrecht, uno dei pittori fiamminghi pi&ugrave; celebri, le cui opere sono conservate nei pi&ugrave; importanti musei del mondo da Amsterdam a Leningrado, da Parigi a Madrid, da Stoccolma a Vienna.<br />E dulcis in fundo un&rsquo;accattivante Lucrezia di Massimo Stanzione pronta a trafiggersi il seno con il pugnale, tra lo squillore di un lucente impasto cromatico che ha fatto la celebrit&agrave; del sommo artista.<br />La leggenda di Lucrezia &egrave; a tutti nota: la giovane nobildonna romana fu costretta con la violenza a soggiacere alle turpi voglie del figlio di Tarquinio il Superbo. All&rsquo;indomani ella corse ad informare dell&rsquo;accaduto il padre ed il marito e non potendo sopravvivere all&rsquo;onta ricevuta prefer&igrave; morire trafiggendosi il petto. Il ricordo di una storia cos&igrave; edificante e la vista di un seno cos&igrave; invitante, fecero senza dubbio la felicit&agrave; di qualche smaliziato collezionista seicentesco; il sottile fascino erotico che promana invariato da questa nobile figura pu&ograve; ancora deliziare la vista di un collezionista moderno, dopo aver sfidato indenne il trascorrere del tempo, traghettando la gioia dei suoi colori nel nuovo millennio. </p>
<p> </p>
<hr />
<p> </p>
<p><font size="3"><font color="#993300"><strong>Galleria fotografica</strong></font></font></p>
<p>
<table width="411" height="116" cellspacing="5" cellpadding="5" border="0" align="center">
    <caption></caption>
    <tbody>
        <tr>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri1.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Ribalta napoletana lastronata in ebano</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri2.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Raro gruppo pastorale rappresentante la regina negra</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri3.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Ritratto di Carlo III</font></strong></p>
            </td>
        </tr>
        <tr>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri4.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Ritratto di Ferdinando IV da giovane</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri5.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Natura morta di Van Utrecht</font></strong></p>
            </td>
            <td>
            <p align="center"><img width="140" alt="" src="/public/blog/cultura/public/00martiri6.jpg" /><br /><br /><strong><font size="1" face="Verdana">Lucrezia, capolavoro di Massimo Stanzione</font></strong></p>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</p>
Le foto sono di Mario della Ragione <hr />
<p> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=9"/>
		<issued>2006-09-28T21:44:27+01:00</issued>
		<modified>2006-09-28T21:44:27+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Il Seicento napoletano in costiera sorrentina]]></title>
		<id>http://www.upbn.it/public/blog/cultura/dblog/articolo.asp?articolo=7</id>
		<created>2006-07-26T18:01:20+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img height="152" hspace="10" src="/public/blog/cultura/public/061_ignoto_napoletano-s_1__francesco_in_meditazione__vico_equense__s_maria_del_castello_.jpg" width="120" align="left" vspace="5" border="1" alt="" />L&rsquo;archidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, ricca di antiche chiese pregne di gloria e memorie storiche, possiede il maggior numero al mondo di parrocchie estaurite , un termine che cerchereste invano sul vocabolario e che identifica un raro privilegio: la possibilit&agrave; di elezione diretta da parte del popolo, una rara eccezione democratica in un mondo monolita e monarchico come quello della Chiesa. Su ventuno parrocchie in tutta la Cristianit&agrave;, che posseggono tale prerogativa, ben sette si ritrovano in questa splendida costiera, benedetta dalla natura ed abitata sin dall&rsquo;inizio dei secoli da una popolazione geneticamente democratica. Apprendiamo una simile notizia da una delle guide stampate da Nicola Longobardi, un benemerito editore a cui si deve la quasi totalit&agrave; di ci&ograve; che &egrave; stato pubblicato, in questi ultimi tempi, su questi luoghi ameni. </p>
<p>Il nostro percorso ideale alla ricerca di dipinti seicenteschi di scuola napoletana si dipaner&agrave; da Castellammare a Massa Lubrense. Far&agrave; menzione solo delle opere pi&ugrave; significative, costituenti la punta di diamante di un iceberg di ben pi&ugrave; vaste proporzioni, il quale attende da tempo di essere esplorato con attenzione dagli studiosi e goduto con gli occhi e con la mente da indigeni e forestieri. Un itinerario sovrapponibile a quello compiuto poco pi&ugrave; di cent&rsquo;anni or sono dall&rsquo;erudito Giuseppe Cosenza, il quale ne fece poi un dettagliato resoconto in due puntate sulle pagine della celebre rivista, fondata da Benedetto Croce, &lsquo;Napoli Nobilissima&rsquo;. Partiremo dal Duomo di Castellammare di Stabia, una struttura imponente ricca di cappelle laterali, vera e propria miniera di dipinti napoletani a partire, secondo le attribuzioni della preziosa guida stilata dal D&rsquo;Angelo, da ben tre Ribera, una concentrazione da fare invidia ai pi&ugrave; quotati musei. Naturalmente si tratta di copie, anche se due di queste di altissima qualit&agrave;: una Nativit&agrave; sita nella cappella della Madonna dei Flagelli, nella quale un occhio esperto pu&ograve; riconoscere la mano di Cesare Fracanzano, uno degli allievi pi&ugrave; prestigiosi del grande pittore valenzano, ed una struggente Deposizione, nella cappella dell&rsquo;Ara Pacis, che promana palpabilmente dai volti delle donne una piet&agrave; ed una commozione solenne, espresse con uno stile delicatissimo, una vera e propria poesia senza parole, sulla quale purtroppo pesa ancora il parere negativo espresso negli anni Cinquanta dal compianto professor Raffaello Causa, nume tutelare e principe indiscusso dei napoletanisti: &ldquo;non reca i segni dell&rsquo;autografia pur presentando le superfici smosse della pi&ugrave; frizzante luminosit&agrave; barocca&rdquo;.</p>
<p>La terza tela un Cristo morto collocata nella cappella del Santissimo Sacramento, tradisce un&rsquo;impronta tradizionale pi&ugrave; antica cinquecentesca e pu&ograve; trovare un autore pi&ugrave; plausibile in Andrea Sabbatini da Salerno. </p>
<p>Degne di essere menzionate altre due pale, un Assunta sull&rsquo;altare maggiore, a lungo assegnata a Lanfranco e che in anni recenti, progredite le conoscenze, ha trovato la giusta paternit&agrave; in Nunzio Rossi, un vigoroso autore che &egrave; riemerso alla critica solo da poco ed infine nella cappella De Rogatis, un San Nicola di Mira, prodotto dal virtuoso pennello di un altro artista che gli studiosi lentamente vanno riscoprendo: Giovan Battista Spinelli. </p>
<p>Sempre a Castellammare altre due chiese impongono assolutamente una sosta, la prima al Collegio del Ges&ugrave;, dove, oltre ad una Madonna con Bambino e Santi di Paolo De Matteis, dal solido impianto compositivo, la vera chicca &egrave; costituita da un autografo di Luca Giordano, una Madonna del Soccorso tra gli ultimi esiti dell&rsquo;artista, dotata di una sapiente resa dei particolari eseguita mirabilmente con tocco rapido e luminoso.</p>
<p>Ci portiamo poi nella chiesa di Santa Maria della pace, ove &egrave; conservata l&rsquo;unica tela, dislocata ab antico in un edificio pubblico, dell&rsquo;ancora misterioso Maestro dell&rsquo;Annuncio ai pastori, un nome di convenzione sotto il quale si cela un poderoso epigone del pi&ugrave; realistico naturalismo. Il soggetto rappresentato, una Nativit&agrave; di Maria, &egrave; reso con un calibrato gioco di luci e di ombre associato ad un cromatismo dai toni rischiarati e preziosi. L&rsquo;interesse precipuo dell&rsquo;opera &egrave; legato alla possibilit&agrave;, con opportune ricerche d&rsquo;archivio, del reperimento di un documento che permetta di identificare il nome sconosciuto del pittore; un fertile terreno di caccia sul quale critici d&rsquo;arte in cerca di fama non devono che precipitarsi. Ci spostiamo poi a Gragnano, dove nella chiesa del Corpus Domini c&rsquo;imbattiamo in un&rsquo;altra perla, una Madonna della Provvidenza e Santi, chiaramente firmata &ldquo;D. L. Jordanus fecit&rdquo;, splendido esemplare collocabile cronologicamente a conclusione della sterminata produzione dell&rsquo;artista. Inoltre girando per il luogo sacro sono numerose le tele e le tavole lignee seicentesche di buona fattura di matrice stanzionesca, anche se difficile &egrave; stabilirne a prima vista l&rsquo;autore.</p>
<p>Molto interessanti inoltre due tavole lignee, una Vergine incoronata ed una Santa Lucia di Pompeo Landolfo, firmate e datate rispettivamente 1604 e 1609. L&rsquo;autore, un vero Carneade, sconosciuto agli stessi specialisti, dipinge viceversa con una maniera delicata che ricorda il Lama, anche se con effetti meno severi ed una grazia pi&ugrave; gentile ed ornata.</p>
<p>A Vico Equense, ridente cittadina famosa per la pizza a metro e per la laboriosit&agrave; dei suoi abitanti, nella piccola chiesa di Santa Maria del Castello, sono conservate alcune tele da poco restaurate, tra le quali notevole un San Francesco in meditazione animato da un mutevole gioco di chiari e scuri e con il volto del santo reso alla pari di un ritratto con ricercata introspezione psicologica. Classificato dalla soprintendenza come ignoto caravaggesco, a nostro parere, il quadro va considerato pi&ugrave; propriamente in orbita stanzionesca, tra Onofrio Palumbo, rievocato dalla dolcezza paffuta degli angioletti in alto e Giuseppe Marullo, per la severa figura del santo, ispida e legnosa; un utile esercizio comparativo per giovani studiosi che vogliano affinare le proprie capacit&agrave; attributive o un momento di riflessione per fedeli genuini che, raggiunta la sagrestia della piccola chiesetta abbarbicata sul monte, ritengano d&rsquo;intrattenere un colloquio spirituale con la sacra immagine, abbandonandosi alla preghiera ed al raccoglimento.</p>
<p>Ben pi&ugrave; importante come luogo di culto &egrave; la basilica pontificia di Santa Maria del Lauro di Meta, dall&rsquo;antica origine risalente all&rsquo;VIII secolo e dalle tante vicissitudini nel corso degli anni. Il tempio, dalla complessa planimetria e dallo svettante campanile, trasuda di opere d&rsquo;arte, dalle preziose formelle cinquecentesche poste nei pressi dell&rsquo;ingresso principale alla celebre statua lignea della Madonna del Lauro di epoca bizantina, protagonista di rocambolesche peripezie, osannata nelle processioni e sopravvissuta alle persecuzioni iconoclaste ordinate dagli imperatori bizantini, i quali, come si sa, imposero la distruzione indiscriminata di tutte le immagini sacre.</p>
<p>I limiti che ci siamo imposti in questa rassegna, trascurando tele anche eccelse di altri secoli, fanno concentrare la nostra attenzione sui dipinti seicenteschi di scuola napoletana, tra i quali da segnalare una pregevole tavola di Girolamo Imparato, costellata di quindici quadretti rappresentanti i misteri del Rosario, ma soprattutto una Vergine tra gli angeli con i santi Nicola e Gaetano, datata 1654 e firmata Philippus Zellus, un pittore fino ad oggi assolutamente ignoto, ma che dimostra una maestria di tocco ed una tavolozza imbevuta di preziosa materia cromatica. Sembra di potersi apprezzare un emulo del miglior Pacecco De Rosa, per i volti dolcissimi e per una cura certosina nella definizione dei colori sgargianti del manto del santo. Un autore che inaugura con questa tela il suo catalogo e che bisogner&agrave; cercare con pi&ugrave; cura sul territorio per reperire altri suoi lavori.</p>
<p>Il comune di Sant&rsquo;Agnello &egrave; la patria di Giacomo De Castro e molte chiese conservano tele del pittore, mediocre allievo del sommo Battistello Caracciolo, noto pi&ugrave; che per gli esiti del suo pennello per il veleno in cui attinse la sua penna, quando redasse nel 1664 la famosa lettera indirizzata al collezionista siciliano don Antonio Ruffo, nella quale cercava di contrabbandare Luca Giordano come falsario. </p>
<p>Le sue tele, tra l&rsquo;altro in precarie condizioni di conservazione, non meritano soverchia attenzione, per cui, parafrasando il sommo Poeta, consiglieremmo al nostro lettore: &ldquo;non ragioniam di loro ma guarda e passa&rdquo; E giungiamo a Sorrento, capitale della costiera, affollata d&rsquo;estate e d&rsquo;inverno da torme di visitatori italiani e stranieri. Non parleremo del Correale, un piccolo grande museo ricco di quadri in gran parte napoletani, perch&eacute; abbiamo ristretto la nostra ricerca ai soli luoghi sacri e tra questi la chiesa della Ss. Annunziata presenta pi&ugrave; di una tela interessante: una Annunziazione ed una Madonna con Bambino e Santi. Due opere entrambe di ignoto, ma che andrebbero studiate con pi&ugrave; cura, perch&eacute; celano senza dubbio la mano di un pittore molto abile, la prima collocabile ad inizio secolo, l&rsquo;altra nel V decennio. La pi&ugrave; frequentata chiesa di Sorrento, legata alla devozione di tutta la penisola, &egrave; la basilica di Sant&rsquo;Antonino, dedicata al patrono della citt&agrave;. Ad accoglierci all&rsquo;ingresso i resti di un gigantesco cetaceo rimembranti il famoso miracolo della balena, episodio ricordato anche sul cornicione della navata centrale da un affresco di Pietro Anton Squilles, datato 1699. Nella sagrestia un quadro in stile bizantino raffigurante una Madonna col Bambino del 1600 ed una tavola molto delicata che rappresenta la Madonna della purit&agrave;.</p>
<p>I due teloni pi&ugrave; famosi di grandi dimensioni sono situati nel presbiterio l&rsquo;uno di fronte all&rsquo;altro e appartengono a Giacomo Del Po; sono documentati, grazie alle ricerche archivistiche del Rizzo, al 1687. Rappresentano un Assedio di Sorrento e Scene della peste. L&rsquo;artista ripete un formulario giordanesco pur mostrandosi sensibile alla lezione del barocco pretiano. Particolarmente commovente il dettaglio del bambino che disperato si afferra affamato alle mammelle di una donna morta, un revival pi&ugrave; volte ripreso dalla pittura napoletana del secolo, dal Preti al Giordano, dallo Spadaro al Farelli.</p>
<p>Anche se fuori dal tema prefisso non si possono non citare un antico affresco della Madonna delle Grazie del XIV secolo, la pi&ugrave; antica immagine mariana di Sorrento ed una nutrita serie di ex-voto conservati nella cripta e nella sacrestia rappresentanti scene di salvataggio da naufragi. Sono centinaia di testimonianze di pittori anche modesti di ogni epoca che evidenziano in maniera tangibile gli stretti legami delle popolazioni rivierasche con il mare, ai cui umori variabili erano spesso legati i destini di miseria e ricchezza e frequentemente di vita o di morte.</p>
<p>L&rsquo;ultima tappa &egrave; a Massa Lubrense posta quasi all&rsquo;estremit&agrave; della costiera, dove nella chiesa di Santa Maria della Misericordia, oltre ad una tela di un collaboratore dello Stanzione, Santillo Sannini, scimiottante le Sette opere di misericordia, &egrave; conservata una Madonna col Bambino tra i Santi Giuseppe e Francesco D&rsquo;Assisi . A lungo attribuita al divino Guido Reni, di recente anche da Sgarbi, fu dall&rsquo;Ortolani assegnata allo Stanzione e dal Causa a Micco Spadaro. Oggi la critica &egrave; incerta nello stabilirne l&rsquo;autore, ma l&rsquo;unica certezza &egrave; la presenza della tela che, tra rovine illuminate da un sole al tramonto, affianca le figure in una materia cromatica sensibile e quasi tremula alla luce.</p>
<p>Il viaggio &egrave; terminato. Noi l&rsquo;abbiamo percorso in alcuni mesi, tra sopralluoghi, foto, ricerche in archivio e in biblioteca. I nostri lettori viceversa potranno compierlo in un solo week-end, coniugando felicemente arte e svago, cultura e distrazione. </p>]]></content>
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